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SINDROME DELL’INTESTINO IRRITABILE: PUÒ ESSERCI LO ZAMPINO DEL GLUTINE?


La sindrome dell’intestino irritabile (IBS), un tempo erroneamente nota come “sindrome del colon irritabile”, è un’alterazione funzionale d’origine ancora poco chiara, che colpisce dal 5 al 20% della popolazione, soprattutto donne e soggetti giovani. L’IBS si manifesta con sintomi quali gonfiore, distensione, crampi e/o dolore addominale, flatulenza e alterazioni dell’alvo (soprattutto in senso diarroico), e in certi casi perfino cefalea e sonnolenza. L’andamento è spesso cronico, e vede l’alternanza di fasi acute a fasi remissive. Empiricamente, in assenza di cause organiche (diverticoli, ulcere, etc.) a carico dell’intestino, è associata a condizioni di forte stress e/o abitudini alimentari inadeguate, e molto spesso può essere trattata e risolta attraverso la correzione della dieta e l’eventuale assunzione di un valido supplemento pro- e prebiotico.

Chi soffre di IBS, avrà forse notato che i sintomi sono in comune con una patologia enterica oggi alquanto diffusa, e cioè la celiachia, malattia intestinale cronica causata da un’intolleranza permanente al glutine, di cui si è discusso in due precedenti articoli (link in calce). La differenza è, però, sostanziale, in quanto nella celiachia è sufficiente eliminare a vita la causa scatenante, e i sintomi scompaiono, mentre per l’IBS la drastica esclusione del glutine dalla dieta non è sempre risolutiva, e molto spesso occorre agire anche su altre abitudini alimentari.

È necessario, inoltre, precisare che un soggetto celiaco può soffrire ANCHE di intestino irritabile, ma non viceversa. In altre parole, non tutti coloro che soffrono di IBS avranno necessariamente la celiachia. Di recente, però, è stata fatta una correlazione tra IBS e “sensibilità al glutine non celiaca” (NCGS, più nota come “gluten-sensitivity”), sulla base di sintomi che possono essere comuni a entrambe le condizioni, e che effettivamente regrediscono quando si sospende l’assunzione di glutine con la dieta. Secondo i dati diffusi dall’AIGO (Associazione Italiana Gastroenterologi ed endoscopisti Ospedalieri), infatti, si è stimato che il glutine alimentare sia responsabile di un caso di IBS su 4.

Facciamo un passo indietro: fino a poco tempo fa, le definizioni “sensibilità al glutine” e “malattia celiaca” o “celiachia” venivano utilizzate in maniera intercambiabile. Nel tempo, e soprattutto grazie ai progressi della ricerca, è stato dimostrato che alcuni pazienti possono effettivamente riportare uno o più sintomi correlati al glutine senza, però, essere affetti da celiachia manifesta. Si è quindi definito – sia scientificamente sia clinicamente – il termine “sensibilità al glutine non celiaca” al posto del più fuorviante “intolleranza al glutine”, per dimostrarne il riconoscimento come condizione clinica a se stante. Anche se la NCGS è senza dubbio meno grave della celiachia, interessa comunque il 5-10% della popolazione, e merita pertanto di essere adeguatamente compresa e trattata.

Per fortuna, la ricerca su tutte le condizioni glutine-correlate è in fermento, e una parte si sta concentrando proprio sulla relazione tra NCGS e IBS, rivelando aspetti interessanti. Per esempio, in uno studio si è visto che la prevalenza degli anticorpi anti-gliadina (AGA) era pari al 12% nella popolazione generale e al 17% nelle persone affette da IBS (in entrambi i casi in presenza di una biopsia intestinale normale, e cioè in assenza di diagnosi di celiachia), e ciò ha confermato il potenziale ruolo del glutine nell’insorgenza dei sintomi in entrambe le condizioni. Altri studi, inoltre, hanno riscontrato una percentuale elevata di soggetti che, seppur non potendo essere classificati come celiaci o allergici ai cereali, riportavano i sintomi indotti dal glutine.

Queste e altre indagini supportano l’ipotesi di IBS associata alla sensibilità al glutine, probabilmente dovuta a un’attivazione del sistema immunitario glutine-mediata a livello della mucosa intestinale. È necessario, però, continuare gli studi in quest’area. Nel frattempo, quale può essere un modo per verificare su se stessi la possibile associazione tra IBS e NCGS?

Se la diagnosi di IBS è confermata dal gastroenterologo, occorre prima di tutto escludere con certezza la presenza di celiachia (con test sierologici e eventuale biopsia dell’intestino tenue) e di intolleranza al lattosio (effettuando il Breath Test, gold standard per la diagnosi). Escluse entrambe queste condizioni, e se si avvertono sintomi correlabili al glutine (per esempio, si manifesta un notevole gonfiore dopo l’assunzione di quantità anche piccole di pane, pasta, pizza, prodotti da forno, etc.), si può tentare una dieta semi-aglutinata, auspicabilmente con la supervisione di un nutrizionista.

In molti casi, infatti, è sufficiente una terapia basata esclusivamente sulla dieta, simile a quella per la celiachia, ma con la differenza che va seguita soltanto per determinati periodi. Si tratta, cioè, di alternare periodi di astinenza a fasi in cui può assumere il glutine. Il principio è che “mettendo a riposo” l’intestino per un certo periodo, gli si darebbe il tempo di recuperare la capacità di rispondere al glutine dopo una fase di rigenerazione e ottimizzazione delle funzionalità immunitaria e digestiva.

Nel periodo di dieta aglutinata, quindi, si devono seguire le stesse restrizioni imposte ai celiaci: consumare solo cibi senza glutine; fare attenzione alla contaminazione degli alimenti; assicurarsi di usare stoviglie, posate e superfici non contaminate dal glutine; quando si mangia fuori casa, andare nei locali che dispongono di certificazione “gluten-free”, e chiedere sempre gli ingredienti delle pietanze che si intende mangiare. Queste regole, per ottenere l’effetto sperato, devono essere seguite senza eccezioni per un periodo che può durare dalle 4 alle 16 settimane.

Se, dopo tale periodo, i sintomi di IBS sono notevolemente migliorati o addirittura scomparsi, allora è possibile attribuire al glutine un ruolo sostanziale nell’insorgenza dei disturbi. Ciò non significa, però, che si dovranno per sempre consumare solo alimenti gluten-free. La dieta semi-aglutinata prevede, infatti, che a un periodo senza glutine segua sempre una fase di alimentazione normale, in cui è permesso consumare i cibi contenenti glutine, ma senza abusarne e introducendone uno alla volta in ciascun pasto, per correlare con maggiore precisione uno o più alimenti all’insorgenza dei sintomi.

Si tratta, infatti, di una condizione altamente individuale – e potenzialmente molto variabile-, in cui l’attenzione del soggetto nei confronti dei sintomi è fondamentale per trovare, e mantenere, il giusto comportamento alimentare.

di Wanda Rizza

http://www.ragusaoggi.it/52417/celiachia-e-sensibilit-al-glutine-i-parte

 

http://www.ragusaoggi.it/52647/celiachia-e-sensibilit-al-glutine-ii-parte

 

http://www.ragusaoggi.it/49293/e-tu-a-cosa-non-sei-intollerante