Il nuovo presidio sanitario di viale Australia prende forma e i lavori, secondo quanto emerso durante il sopralluogo, procedono a buon ritmo. La struttura potrebbe essere completata già entro la primavera, o al massimo entro l’estate del prossimo anno. Ma mentre il nuovo PTA comincia a diventare una realtà concreta, a Pozzallo restano aperte alcune […]
Il segreto della felicità? Essere creativi
08 Ott 2026 06:34
La rubrica dello psicologo, a cura di Cesare Ammendola
La felicità è un atto di pura invenzione. Se esaminata con la pazienza clinica che merita, somiglia molto ad un’aliena. Tutti ne parlano, molti giurano di averla vista, nessuno riesce a portarne a casa una prova convincente. Forse perché non esiste come stato permanente da raggiungere e conservare, ma soltanto come luce che si accende proprio nel momento in cui si sta facendo qualcosa, non quando lo si sta cercando. E se davvero esiste, probabilmente abita lì: nell’atto creativo, nel gesto di inventare qualcosa che un attimo prima non c’era.
Creatività, in psicologia, è parola abusata e per questo spesso fraintesa: la si riduce a talento artistico, a dono riservato a pochi eletti con il pennello facile o l’orecchio musicale. Ma la capacità creativa è in realtà una funzione cognitiva molto più democratica e molto più larga: è la capacità di trovare connessioni nuove tra elementi noti, di riorganizzare il reale in una forma che prima non esisteva. In questo senso, chi inventa una ricetta con gli avanzi del frigorifero sta esercitando lo stesso muscolo mentale di chi compone una sinfonia: la differenza è di ambizione, non di natura.
Prendiamo la scrittura, la forma creativa più solitaria e per questo più intima: mettere ordine nel caos interiore attraverso le parole è un esercizio che la psicologia clinica utilizza da decenni, lo chiamano scrittura espressiva, e funziona perché trasforma un’emozione informe, diffusa, ingombrante, in una frase che ha un inizio e una fine, quindi un confine che prima non c’era. Il semplice atto di dare forma al dolore lo rende, paradossalmente, più gestibile.
La pittura e il disegno agiscono su un registro diverso, più arcaico, quello dell’immagine prima ancora che della parola: chi disegna accede spesso a contenuti emotivi che il linguaggio verbale, troppo sorvegliato dalla ragione, tiene sotto chiave. Non serve saper disegnare bene, basta disegnare: il valore terapeutico non sta nella qualità del tratto ma nel permesso che ci si concede di tracciarlo comunque, imperfetto.
La musica, di cui si è già detto con dovizia di entusiasmo altrove, resta probabilmente la forma più immediata di tutte, capace di aggirare il pensiero razionale e arrivare dritta al corpo, al respiro, al battito. Cucinare, forma creativa quotidiana e sottovalutata, è invece un piccolo atto di cura verso sé stessi e verso chi condivide la tavola: impastare, tagliare, assaggiare sono gesti che radicano nel presente una mente che altrimenti vagherebbe tra rimpianti e previsioni.
Il giardinaggio, l’artigianato, il ballo improvvisato in cucina con la musica alta, perfino il modo in cui qualcuno apparecchia una tavola con cura non richiesta o financo il postare su Facebook e Instagram (foto, storie, amenità): sono tutte variazioni mozartiane dello stesso spartito e tema fondamentale, la capacità umana di lasciare un segno proprio, personale, non dettato da nessuno, in un mondo che per il resto del tempo ci chiede soltanto di eseguire.
E allora forse la felicità, quella vera, quella che non si lascia catturare da nessuna definizione da manuale, non è uno stato da raggiungere ma un verbo da coniugare continuamente: creare, appunto, in qualunque forma minuscola o grandiosa si scelga. Non promette di salvarci dal dolore, dalla fatica, dal tempo che passa comunque. Promette soltanto, e non è poco, che in quell’istante preciso in cui si inventa qualcosa, anche piccolo, anche imperfetto, si smette per un momento di subire la propria vita e si comincia, finalmente, a scriverla. A dipingerla. A cantarla. A danzarla.
Scegliete voi. Ma con fantasia.
© Riproduzione riservata