Da quando usiamo WhatsApp siamo più isterici

La rubrica dello psicologo, a cura di Cesare Ammendola.

Siamo notifiche viventi. 

Una volta non era così. La colonna sonora della nostra vita oggi è un frenetico stridere di note in uno spartito alquanto elettrizzante, che ci dice una cosa affabile e molesta ad un tempo: siamo delle star, ci cercano sempre e ovunque, e sovente non si sa per quale accidenti di ragione. Sedici ore su ventiquattro. 

I gruppi e le chat a cui apparteniamo, ci fagocitano in un assedio amoroso e in una morsa micidiale. In tempo reale. 

Siamo notifiche che camminano. Spunte singole, doppie, grigie o blu. Spunte indiavolate. Studi scientifici di prestigiose (e non meglio identificate) Università della California dimostrano che l’umore di ciascuno di noi risente del colore delle spunte, attorno alle quali deflagrano autentici romanzi e serie thriller e interrogativi esistenziali: “Il mio messaggio è partito? Sì, certamente. Ma è giunto a destinazione? C’è campo? Sì, ora sì. Avrà letto? E se ha letto, perché non risponde? Se non risponde è perché non ha letto o perché è un fetente?” 

Il destino del nostro sistema nervoso (e del nostro colon) è scritto da una spunta. 

Battute a parte, ovviamente la possibilità di essere in contatto con l’universo in diretta per lavoro, per necessità, per genitorialità e amicizia ci semplifica e arricchisce l’esistenza. E ci fa sentire meno soli, anche quando soli lo siamo in verità.  

E tuttavia, coi vocali si è aperto un mondo. Quelli che ti mandano un messaggio vocale su WhatsApp di undici minuti. E che ti chiamano dopo undici minuti per confessarti, agitatissimi: “Scusa, ma ho dimenticato di dirti un’altra cosa importantissima!”

L’idea che il tempo e gli impegni degli altri non abbiano valore alcuno è una forma di narcisismo whatsappologico. Vi dico. Da quando abbiamo la possibilità di ascoltare gli audio a velocità raddoppiate, io ho la sensazione di interagire continuamente con Paperino. E ho affinato la capacità sovrumana di intuire da singole sillabe il significato delle frasi e dei discorsi alla velocità della luce. Vi informo, però. Sappiate che i vocali più lunghi di due minuti io li mando direttamente a Sanremo Giovani. 

E le videochiamate di gruppo? Vogliamo parlarne?

Perchè mai i nostri primi piani e le nostre voci in videochiamata sono spesso così inquietanti?

Non odio Messenger, Telegram e WhatsApp. Semplicemente non li stimo. Credo che siano stati concepiti per anime pie e pazienti votate alla santità. Non la mia. Malauguratamente, per ottimizzare i tempi, mi capita di chiedere agli amici cosine semplici semplici del tipo: “Vi andrebbe una pizza stasera?”

Tre palline si agitano per quindici minuti al ritmo di “Leandro sta scrivendo.” Tre palline ipnotiche. Ondose. Suspense. Quindici minuti dico quindici. Resto appeso come un salame al filo delle social tecnologie. Ma cosa mai starà componendo Leandro? Ti aspetteresti infine un Canto della Divina Commedia. Per lo meno. E invece no.

“Nn so x qst sera t mando un mms”

Ma come? Ti tiri un quartone, mi tieni in ostaggio e non hai la forza di digitare un tinto punto e virgola? E minacci di darmi una risposta in un futuro ideogramma?

Questa è la stagione dei codici fiscali. In cui tutti risparmiamo energie per non dire nulla. Se la mia maestra leggesse i nostri messaggini, si inxxtzopcrt alquanto. Salviamo i nostri figli fintanto che siamo in tempo! Regaliamo loro ogni giorno un congiuntivo e una virgola e una parola di senso compiuto. Parole complete per vite complete.

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