Ecco come la musica salverà la nostra mente

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La rubrica dello psicologo, a cura di Cesare Ammendola

C’è una teoria non scritta, ma praticata da millenni con la costanza di un rito, secondo cui l’essere umano, davanti al caos della propria mente, abbia inventato la musica proprio per mettere ordine: sette note, infinite combinazioni, e improvvisamente il disordine interiore trova una struttura in cui riconoscersi. Non stupisce che la parola “armonia” indichi contemporaneamente un accordo musicale e uno stato psichico: chi l’ha coniata sapeva, molto prima di Freud, che l’anima e l’orecchio parlano la stessa lingua.

Ascoltare musica, dal punto di vista neuropsicologico, è uno dei pochi gesti capaci di accendere quasi simultaneamente aree cerebrali diverse: memoria, emozione, movimento, linguaggio. Non è un caso che una canzone possa riportarci, in tre secondi netti, dentro un’estate di vent’anni fa, con la stessa precisione olfattiva di un profumo. La musica non racconta il passato, lo riattiva. E in questo sta una parte della sua funzione terapeutica: offre un accesso diretto, senza filtri razionali, a emozioni che altrimenti resterebbero chiuse in un cassetto troppo alto per essere raggiunto a mani nude.

Ma è fare musica, ancora di più che ascoltarla, a produrre l’effetto più prezioso: cantare, per esempio, attiva un meccanismo fisiologico quasi sorprendente nella sua semplicità. La respirazione profonda e regolare che il canto richiede abbassa naturalmente i livelli di cortisolo, l’ormone dello stress, con un’efficacia che nessun sermone motivazionale potrà mai eguagliare. Chi canta sotto la doccia, stonando con dignità imperturbabile, non sta facendo spettacolo per nessuno: sta somministrandosi, inconsapevolmente, una piccola terapia quotidiana gratuita, senza appuntamento e senza lista d’attesa.

I generi, poi, meriterebbero un trattato a parte, ognuno con la propria specifica funzione salvifica. Il jazz, con la sua improvvisazione dentro una struttura data, insegna al cervello a tollerare l’incertezza rimanendo comunque dentro una cornice: è la miglior metafora sonora della resilienza mai composta. Il classico, con le sue architetture lunghe e prevedibili, restituisce alla mente contemporanea, sempre più abituata a stimoli brevi e frammentati, il piacere quasi dimenticato dell’attesa. Il blues, che di dolore ha fatto un’intera grammatica, dimostra che la sofferenza, se trasformata in forma, smette di essere solo subita e diventa qualcosa che si può, finalmente, maneggiare. E persino il pop più leggero, quello accusato spesso di superficialità, ha una funzione psicologica innegabile: la ripetizione del ritornello agisce come un piccolo mantra collettivo, capace di sincronizzare un’intera folla in un unico battito condiviso, cosa che nessun discorso politico riesce più a fare con la stessa naturalezza.

Il rap, con la sua urgenza ritmica e la parola che corre veloce quanto il pensiero che la genera, è forse il genere più vicino alla psiche in tempo reale: dice ciò che il pensiero razionale filtrerebbe, e lo dice a voce alta, in pubblico, trasformando la rabbia in narrazione condivisa invece che in solitudine muta.

Forse la vera ragione per cui la musica ci salva la mente non sta in nessuna singola nota, ma nel fatto che, per la durata di una canzone, smettiamo di essere unicamente pensiero e torniamo a essere corpo, respiro, vibrazione: un breve permesso, rinnovabile ogni tre minuti circa, di esistere senza dover per forza spiegare a nessuno, nemmeno a noi stessi, il motivo per cui ci sentiamo, per un istante, di nuovo interi.

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