La cotognata, una goduria della tradizione siciliana: il dolce che profuma di nonne e ricordi

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a cura di: Salvatore Battaglia

La mela cotogna ha qualcosa di antico già nel nome, nel profumo, nella consistenza. È uno di quei frutti che sembrano appartenere a un tempo diverso, quando le stagioni dettavano il ritmo della cucina e ogni raccolto diventava occasione per preparare conserve, marmellate e dolci da custodire per l’inverno.
“Ma dove sarà il mio futuro, il presente migliore è ancora a Bologna. Io, su un albero come mela cotogna, attendo un amico che non mi dica: io ti salverò, ma io non ti annoierò. Ma per la negazione ci vuole più tempo, per la doppia negazione due volte più tempo, e allora al caffè Prima Classe lascio come mancia una candida luce”.
Chi ha la fortuna di avere nel proprio orto o nel giardino una pianta di melo cotogno, tra pochi giorni potrà raccogliere i suoi preziosi frutti e trasformarli in dolcissime marmellate o nell’insuperabile cotognata.

Quel dolce che valeva quanto la cioccolata

Ricordo ancora che, alla mia frequente richiesta di cioccolata, mi veniva spesso risposto: “È finita, ma c’è la cotognata”.
Sì, perché un tempo la cotognata era considerata quasi alla pari della cioccolata. Anzi, per molti di noi che giravamo ancora con i calzoni alla zuava, era perfino la preferita.
Bella soda, leggermente granellosa, dolce ma con quella nota asprigna che la rendeva inconfondibile. Mia nonna Marianna la preparava spesso e ricordo ancora la gioia di quando prendeva in mano la scatola di latta e tirava fuori quei piccoli fagottini avvolti nella carta oleata.
Un cartoccino a ogni nipote, una fetta di pane e la merenda era pronta.

Tra storia e mitologia

Il cotogno è una pianta antichissima. Era coltivato già dai Babilonesi ed è originario delle zone del Mar Caspio, dove cresce spontaneamente.
Il suo frutto veniva considerato sacro ad Afrodite e, secondo quanto racconta Plutarco, le donne erano invitate a mangiarlo in occasione della prima notte di nozze come simbolo e auspicio di fertilità.
Greci e Romani lo consumavano con il miele oppure ne ricavavano una sorta di sidro. La polpa, inoltre, veniva utilizzata anche in preparazioni considerate medicinali.
Il nome botanico Cydonia richiama Cydonia, antica città dell’isola di Creta, da cui secondo la tradizione il frutto avrebbe avuto origine. Per il colore dorato e per la sua consistenza veniva chiamato anche Chrysomelon, il “pomo d’oro” della mitologia.

Il ricordo

Non a tutti piace la cotognata, ma per me resta un dolce speciale.
Ogni volta che ci penso, la memoria si riempie di immagini, profumi e gesti familiari. Mia nonna la preparava in una versione che rimarrà per sempre legata alla mia infanzia. La disponeva su un vassoio, la tagliava in rombi perfetti e poi la ricopriva con un foglio di carta da forno.
Quando era pronta, sulla superficie si formavano piccoli cristalli di zucchero che scintillavano alla luce. Era quasi impossibile resistere.
Io e i miei cugini correvamo su per le scale con quella impazienza che soltanto i bambini conoscono, sapendo che ci aspettava il nostro dolce preferito.
La cotognata non era soltanto una merenda. Era un rito, una festa domestica, un momento che tornava ogni anno e teneva insieme la famiglia.

Un frutto aspro che diventa dolcissimo

La cotognata è una confettura solida ottenuta dalle mele, o dalle pere cotogne, frutti dal sapore particolarmente aspro e difficili da mangiare crudi.
Ed è forse proprio questa trasformazione a renderla così affascinante: un frutto duro e poco invitante diventa, attraverso una lunga e paziente preparazione, un dolce morbido, profumato e intenso.
La consistenza ricorda quella di una caramella gelée. Il suo colore rosso scuro la rende immediatamente riconoscibile e ogni pezzo diventa un piccolo tesoro da conservare e gustare lentamente.
La cotognata è molto più di un dolce. È un legame con le radici, una pagina di storia familiare che continua a vivere attraverso un sapore.

La ricetta di nonna Marianna

La ricetta è semplice, anche se richiede tempo e attenzione.
Si comincia sbucciando le mele cotogne e tagliandole a pezzi, eliminando la parte centrale. Durante la preparazione vanno immerse in acqua acidificata con succo di limone, per evitare che anneriscano.
Quando tutte le mele saranno state pulite e tagliate, si elimina l’acqua di immersione e si trasferiscono in un tegame alto insieme alle bucce di tre mele, particolarmente ricche di pectina, un addensante naturale.
Si coprono appena con acqua e si lasciano cuocere a fuoco lento, mescolando frequentemente.
Dopo circa 45-60 minuti, quando saranno diventate morbide, si passano con un passatutto a trama fine.
Alla purea ottenuta si aggiunge lo zucchero e si rimette tutto nello stesso tegame. Da questo momento bisogna mescolare con grande attenzione, perché il composto tende facilmente ad attaccarsi sul fondo.
La cottura continua a fuoco basso fino a quando la consistenza diventa molto soda. Un vecchio metodo per capire se è pronta consiste nell’infilare un cucchiaio al centro del composto: se rimane dritto, la cotognata ha raggiunto la giusta densità.
A questo punto si versa in un vassoio oppure negli appositi stampini e si lascia raffreddare.
Quando raggiunge la temperatura ambiente, si può tagliare a pezzi oppure estrarre dagli stampi, spolverare con zucchero semolato, avvolgere nella carta oleata e conservare nella tradizionale scatola di latta.

Il fascino delle ricette della nonna

Le ricette delle nonne hanno un ruolo particolare nella cucina siciliana. Non sono soltanto istruzioni per preparare un piatto, ma rappresentano una parte autentica del nostro patrimonio culturale.
Sono ricette tramandate di generazione in generazione, spesso senza dosi scritte, affidate alla memoria, all’esperienza e a quel famoso “quanto basta” che per le nostre nonne era una misura precisissima.
Ogni ricetta racconta una storia, richiama sapori dell’infanzia e riporta alla memoria persone, case, cucine e stagioni della vita.
Il cibo, del resto, non è soltanto nutrimento. È linguaggio, memoria, condivisione.
Preservare queste preparazioni significa conservare un pezzo della nostra identità. Perché alcune ricette non si limitano a riempire un piatto: riescono ancora a riempire la memoria.

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