L’intelligenza artificiale ha la gonna lunga?

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La rubrica dello psicologo, a cura di Cesare Ammendola

Possiamo fidarci di lei? È la scelta più affidabile o ci annienterà tutti? Il dilemma è vivo in questi giorni più che mai. Ogni generazione ha avuto il proprio mostro sotto il letto: la stampa a caratteri mobili avrebbe corrotto la memoria, la televisione avrebbe rincretinito le masse, internet avrebbe isolato l’umanità in bolle solitarie. L’intelligenza artificiale è semplicemente l’ultimo, più elegante, spauracchio, e come tutti gli spauracchi ben riusciti, contiene un nucleo di verità avvolto in parecchia scenografia. La domanda “ci annienterà?” è affascinante, cinematografica, perfetta per un titolo, ma la psicologia, disciplina poco incline agli effetti speciali, preferisce chiedersi non se l’umanità sparirà, ma come sta già, silenziosamente, cambiando forma sotto la pressione di questi nuovi specchi digitali.

Cominciamo dalla mente, il terreno più delicato. Non c’è dubbio che l’abitudine a delegare (la memoria al telefono, il calcolo alla calcolatrice, ora il pensiero stesso a un’intelligenza che risponde prima ancora che la domanda sia finita di formulare) comporti un costo cognitivo: la fatica del ragionare, si sa, è anche ciò che lo allena. Se smettiamo di faticare, rischiamo l’atrofia di certi muscoli mentali, un po’ come chi prende sempre l’ascensore e un giorno scopre di non riuscire più a fare le scale. Ma è altrettanto vero che ogni strumento che ha alleggerito un compito ha liberato energia per compiti nuovi: la scrittura liberò la memoria per il pensiero astratto, il calcolo automatico liberò la matematica per l’invenzione. Il rischio non è lo strumento, è l’uso passivo che se ne fa, e questo, converrete, non è una novità tecnologica, è una vecchia debolezza umana con un nuovo costume di scena.

Sul lavoro, il pericolo reale esiste e sarebbe disonesto negarlo: interi mestieri verranno trasformati, alcuni scompariranno, e la transizione (come ogni transizione economica della storia, dall’aratro alla catena di montaggio) produrrà vittime prima di produrre benefici distribuiti. Qui la psicologia individua un fenomeno preciso: l’ansia anticipatoria, quella paura che precede il danno e che a volte fa più male del danno stesso, perché nutre l’immaginazione con scenari peggiori della realtà. Non è consolazione dire che si creeranno nuovi lavori (lo si è detto a ogni rivoluzione industriale, ed è stato vero, ma con un costo umano che la statistica dimentica sempre di conteggiare).

E poi i bambini, il capitolo più delicato, quello che farebbe rizzare i capelli anche alla nonna più stoica. Una mente in formazione che apprende a delegare la curiosità prima ancora di averla esercitata rischia di non sviluppare mai il muscolo della frustrazione produttiva, quella fatica del non sapere che, tollerata, genera scoperta. Se ogni domanda trova risposta immediata, senza l’attesa, il dubbio, il tentativo sbagliato, si rischia di crescere generazioni abituate alla risposta pronta ma disabituate alla ricerca che la precede. È un pericolo reale, non un’esagerazione da convegno.

Ma annientamento è una parola grossa, riservata di solito a asteroidi e imperatori romani. L’intelligenza artificiale non ha desideri, non ha fame di dominio, non cospira nell’ombra: è uno specchio molto sofisticato che restituisce, amplificato, ciò che le viene dato in pasto, comprese le nostre paure più antiche. Il vero pericolo, forse, non è che la macchina diventi come noi, ma che noi, per pigrizia o per comodità, smettiamo di essere ciò che ci rendeva insostituibili: curiosi, lenti, capaci di sbagliare con dignità. Non è l’intelligenza artificiale a dover essere temuta. È la nostra, se smettiamo di esercitarla, a doverci preoccupare. E a dirla tutta, non sembrerebbe neppure una questione di gonne e lunghezze. Ma di anime e profondità.

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