Psicologia del 25 Aprile e la memoria contesa

La rubrica dello psicologo, a cura di Cesare Ammendola

Dopodomani si ricorda ieri. Non senza divisioni mal celate.

C’è una data nel calendario italiano che non si lascia attraversare in silenzio. Il 25 aprile arriva ogni anno e trova gli italiani divisi, non tanto sulla storia, ma su come sentirla. È una festa che fa rumore anche quando si tace.

La psicologia chiama questo fenomeno identità commemorativa: la memoria collettiva non è mai neutrale. Ogni gruppo la plasma secondo i propri bisogni emotivi, le proprie ferite, il proprio senso di appartenenza. Il 25 aprile è forse l’esempio più nitido di come un fatto storico, la fine dell’occupazione nazifascista, la Liberazione, possa diventare uno specchio in cui ciascuno vede riflessa la propria tribù.

Per i vecchi, è il corpo della memoria.

Chi ha vissuto quegli anni (o ne ha ascoltato il racconto dai genitori) porta nel corpo qualcosa che le generazioni successive non possono ereditare: la paura concreta, la fame, il rumore degli stivali. Per loro, il 25 aprile non è un’astrazione politica. È un sollievo che si è depositato nella carne. La neuropsicologia ci insegna che i ricordi legati a emozioni intense si consolidano diversamente, diventano parte dell’identità profonda. Celebrare quella data, per chi l’ha vissuta anche di riflesso, è un atto di fedeltà al sé più vulnerabile.

Per i giovani, è il peso dell’ereditato.

Le generazioni nate dopo il Duemila ricevono il 25 aprile come un monumento già costruito: imponente, forse ingombrante. La psicologia dello sviluppo descrive bene questa tensione: l’adolescente e il giovane adulto faticano ad appropriarsi di memorie che non hanno scelto. Non è indifferenza, è lavoro identitario. La domanda implicita è: questa storia appartiene davvero a me? Il rischio, quando le istituzioni trasformano la memoria in obbligo rituale, è che si produca resistenza anziché partecipazione. La Liberazione diventa allora un compito scolastico, non un’eredità viva.

Eppure qualcosa si muove. I giovani che scelgono di scendere in piazza (e sono molti) lo fanno spesso con una consapevolezza differente: non celebrano un passato, proiettano un presente. Il partigiano diventa simbolo mobile, adattabile alle lotte contemporanee. Questo può disturbare chi custodisce la memoria storica pura, ma è anche il segno che la commemorazione respira ancora.

Per i faziosi, è la storia come arma.

Il dato più inquietante, psicologicamente, è la strumentalizzazione. Ogni anno il 25 aprile produce polemiche prevedibili: chi diserta le cerimonie ufficiali, chi rilancia narrazioni revisioniste, chi trasforma il microfono in un campo di battaglia identitario. La psicologia sociale chiama questo meccanismo rivalità commemorativa: la memoria storica viene usata non per capire, ma per vincere. Per affermare la propria parte, per segnalare appartenenza al proprio gruppo, per delegittimare l’avversario.

In questo schema, la verità storica è quasi irrilevante. Ciò che conta è il gesto, la bandiera, la tribù. È una forma di pensiero binario: noi contro loro (che si nutre proprio delle commemorazioni più cariche emotivamente). Il 25 aprile, con il suo portato di eroismo, tradimento, violenza e redenzione, è un terreno fertile per chi ha bisogno di nemici più che di storia.

Cosa resta, alla fine? La Liberazione fu un evento reale, brutale, necessario. Milioni di persone riacquistarono la libertà di parola, di pensiero, di vita. Quella realtà non è negoziabile.

Ciò che è negoziabile e merita di esserlo è il modo in cui la portiamo. La psicologia ci offre una bussola: la memoria sana non è quella che unisce per escludere, né quella che divide per purificarsi. È quella che sa stare nell’ambiguità, che accetta la complessità, che trasforma il passato in domanda aperta sul presente.

Il 25 aprile più onesto non è quello delle bandiere contrapposte. È quello di chi si chiede, in silenzio, cosa significhi oggi essere liberi. E se lo siamo davvero.

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