PER FAVORE, NON CHIAMATELA MOVIDA

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La parola “Movida” ha una precisa genesi. Venne creata a Madrid (e nel resto della Spagna quasi contemporaneamente), alla morte del dittatore, il “generalissimo” Franco, quasi come reazione alla durissima repressione durata oltre quaranta anni, che aveva ridotto la Spagna a paese retrogrado, ultimo in Europa secondo tutti i parametri.

Ma quella che a Madrid – nei dintorni della Puerta del Sol – nasceva come reazione culturale, oltre che politica e sociale, era un organizzato  – anche se all’apparenza spontaneo – progetto che a capo aveva niente di meno che lo stesso sindaco della capitale iberica, un socialista che di mestiere era sociologo e psicologo, specializzato nello studio delle devianze giovanili. La Movida di Spagna era cinema, musica, letteratura, arte e poesia. Era Pedro Almodovar e Andy Warhol. Era un movimento fortemente coinvolgente tutta la popolazione ma, appare evidente, in misura maggiore i giovani di allora. Naturalmente anche quella movida si indirizzò verso una sorta di decadimento, una deriva fatta di alcol e droga, estremismi a volte anche violenti che ne decretarono la fine, quantomeno nelle dimensioni che avevano caratterizzato il movimento madrileno per quasi un ventennio.

Questa, in estrema sintesi, la storia della movida che potremmo definire “originale”. Adesso chiedo ai lettori di RagusaOggi di spiegarmi cosa c’entra tutto questo con la baraonda che ogni sera, o meglio ogni notte, si “sviluppa” in un paio di stradine del centro storico di Marina di Ragusa un tempo intesa Mazzarelli. Quello che accade a Marina lo sappiamo tutti: un budello di tre metri per sessanta, via Tindari con anche via Venezia e via Napoli, nel quale sono sorti, saranno adesso meno di dieci anni, moltissimi piccoli bar che servono una clientela tipicamente giovanile (qui per giovani si intendono bambini di 15 anni oltre che uomini e donne di trenta anni). Quello che servono appare evidente: alcol. Se poi qualcuno alza il gomito e possibilmente ci scappa la rissa, è solo l’aspetto più evidente del fenomeno, quello – per intenderci – che finisce sui giornali e in televisione (coi soliti accorati appelli dei giornalisti di mestiere che non vedono l’ora poter scrivere della rissa, meglio se con extracomunitari coinvolti). Ma il fenomeno estivo (nella stagione fredda il tutto si riduce al solo sabato sera) che rovina letteralmente le vacanze di centinaia di famiglie che per loro disgrazia hanno la proprietà di case in quel quartiere (case magari comprate mezzo secolo fa, quando, al contrario, quello era il quartiere più ambito dai ragusani che desideravano trascorrere le loro ferie vicino al mare) è tutto il contorno, col baccano fino all’alba, con le bottiglie e i bicchieri sparsi ovunque (nonostante la buona volontà degli addetti alla nettezza urbana che ogni mattina impiegano più tempo a pulire cento metri di quella strada che il resto della borgata marinara), con l’orina generosamente sparsa tra tutti i portoni della zona.

Che qualche politico locale abbia addirittura da vantarsi di aver creato o contribuito a creare questa “movida de noantri”, è fatto da acquisire tra i fenomeni di costume di una società non più in decadenza come molti vorrebbero, ma già bell’è decaduta. Che altri abbiano inteso questo notevole movimento giovanile come un fatto essenzialmente economico che permette una dignitosa sopravvivenza a chi commercia in alcolici, è anch’esso fatto da registrare ma come corollario di una teoria ormai diffusa secondo la quale il business viene avanti a tutto (lo stesso principio seguito da chi perfora il territorio più bello del Meridione d’Italia minacciando, se impedito nelle sue ricerche, di licenziare i propri dipendenti). Infine, che i giovani siano all’oscuro dei danni prodotti dall’abuso di alcol (oltre che, è implicito, delle droghe), è ovvio, naturale. I giovani hanno da spendere i loro più begli anni. Ma dovranno essere gli adulti (che giovani sono stati così come sono stati figli a loro volta) ad impegnarsi perché quella aggregazione che – seppur guardata con simpatia – non diventi motivo anche serio per rovinare quei begli anni. E per fare danno, anche notevole, non è necessario l’incidente post-sbornia, ma molto meno: per esempio una rissa con ferite e con la fedina penale sporcata indelebilmente.

È quindi dovere di tutti gli adulti responsabili, e a maggior ragione se impegnati in ruoli pubblici, intervenire perché i ragazzi possano continuare a divertirsi, com’è giusto, ma nell’ambito non solo del lecito, ma soprattutto dell’intelligente (e ubriacarsi per poi fare a pugni o finire capottati con la macchina alla prima discesa, non è intelligente). E quindi un favore, soprattutto rivolgendomi ai giornalisti: non chiamate movida il bordello di Marina che tanto piace ai “giovanilisti”. Abbiate un pensiero per quelle mamme che alle sei del mattino non hanno ancora preso sonno per aspettare il ragazzo o la ragazza che, messo piede a casa, crollo a letto inondando la casa del dolce profumo del “four white”.

 

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