LA FESTA DEL PREZIOSISSIMO SANGUE A PIANETTI

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Domenica 19 giugno 2011 festa della parrocchia del Preziosissimo Sangue, nella parte alta, altissima di Ragusa, capoluogo di Provincia. È una gran bella festa. Ci sono anche i fuochi d’artificio, come nelle antiche feste religiose, ma in parrocchia si deve andare necessariamente in automobile, ed infatti esiste un grande parcheggio accanto al tempio, perché a parte le case immediatamente circostanti la chiesa, le altre del quartiere conosciuto come “Pianetti”, sono molto distanti. Si tratta quasi sempre di ville e villette, di quel quartiere ora molto vasto sorto negli anni ‘70. E non solo: anche la chiesa più vicina è a chilometri di distanza. Con una notevolissima differenza col resto della città, o almeno con quella parte che ci accaniamo a chiare centro storico.

In quella parte della città antica le case sono piccole ed attaccate le une alle altre, e anche i grandi palazzi, come superficie, sono pur sempre inferiori alle moderne villette. In ogni caso, anche grandi, i palazzi del centro storico convivo tra di loro e con la miriade di piccole abitazioni tutto intorno alla loro massa maggiore e, immobile sempre privilegiato per spazio e soprattutto posizione, la chiesa del quartiere. Ma in molti quartieri le chiese erano (e per fortuna ancora sono) sovente più di una. Basti pensare, per rimanere al centro storico classicamente inteso della nostra città, alla Cattedrale di San Giovanni Battista con tutto un rosario di chiese a distanza di qualche centinaio di metri, partendo dalla vicinissima chiesa della “Badia”, per finire alla non distante Santa Lucia, passando per chiesa e convento del Carmine, chiesa di San Francesco, per non parlare delle scomparse (perché demolite negli anni ’60 e ’70) chiese dell’Addolorata, di San Giuseppe e di San Pietro.

In quella parte di città che da circa un secolo e mezzo chiamiamo Ibla la situazione era ed in parte è ancora, di maggiore e più visibile compenetrazione tra una fittissima maglia stradale e di case e casette quasi incastrate tra di esse con i grandi palazzi nobiliari a fare da congiunzione. A prevalere sono sempre e comunque le chiese, costruite con una metodicità e tanto fittamene vicine l’una all’altra, da arrivare al “colmo” degli attuali “Giardini Iblei”, dove quattro chiese si guardano tra di loro, a pochi passi una dall’altra. Una caratteristica che prima del terremoto dell’11 gennaio 1693 poteva essere solo ancora più amplificata.

E la Chiesa del Preziosissimo Sangue del quartiere Pianetti, con la sua festa del 19 giugno, porta a pensare proprio ad una situazione simile a quella del 1693, dove però alla catastrofe sismica si è sostituita la speculazione di terreni agricoli. All’indomani del “tremendo tremuoto” i ragusani borghesi, attivi, produttivi, imprenditori coraggiosi e speculatori senza vergogna decisero di andare via dalla angusta collina dei “panzuti”. E si costruirono una loro città. Per prima cosa lottizzarono (non saremmo loro figli, sennò) e poi costruirono una chiesa, dedicandola al loro Sanciuvannuzzu Bedu. Chiesa in forma di capanna, poi di baracca, poi di cappella, poi, infine, di basilica enorme, a forma di caciocavallo.

A quel 1693 fanno pensare la Chiesa del Preziosissimo Sangue e il quartiere Pianetti: ad una nuova città, distante, lontana dai vicoli e dalle stradine scure che si chiamano via Carrubbelle e via Solferino, via San Giuseppe e via Pezza.

La stessa processione del 19 giugno ha fatto tappe in stralunate nuove arterie costruite a misura d’automobile, si chiamano via Colleoni, Cecoslovacchia, Rossellini, Germania, Momigliano e Fieramosca. E per rimanere comunque collegati da un pur invisibile cordone ombelicale a via Mariannina Coffa e a via San Michele, per la festa del Preziosissimo Sangue non ci siamo fatti mancare la “sagra del piatto contadino e del cannolo siciliano”, in uno con la tipicamente iblea sagra “della salsiccia e del bignè”, splendida comunione tra la prosaicità, la sostanzialità, la essenza del ricco massaro che mette sul carbone un “cadduozzu” di insaccato, con accanto l’eterea soffice inconcludenza di un dolce francese.

 

 

 

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