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IL MURO DEL PREGIUDIZIO
23 Dic 2012 15:38
Sdraiato sulla mia branda, impedito in ogni movimento, in quello spazio ristretto della mia cella che mi impedisce persino di respirare. Allora, un semplice foglio di carta tra le cui righe imprimere le tue sensazioni non è altro che la forza che ti serve per andare avanti, per continuare ad accettare le condizioni in cui stai vivendo. Gli unici momenti meno opprimenti della mia vita di detenuto sono tre: il colloquio, le lettere dei parenti, le telefonate. Mi ritrovo a contare le giornate, le ore, i minuti che mi separano da quegli eventi. Attendo una lettera come quando si aspetta alla stazione l’arrivo di un proprio caro che viene da lontano. Il tempo è il mio peggior nemico. Troppo tempo trascorso ad oziare nel letto, senza sapere come impiegarlo. Si è costretti, allora, a pensare, a guardarsi intorno, accumulando rabbia perché ti accorgi in prima persona di come la macchina della giustizia non funzioni. Così non ti rimane che aspettare le telefonate o le lettere della famiglia, fosse soltanto per sapere se a casa tutto va bene. Il giorno del colloquio, poi è un vero e proprio giorno di festa. Finalmente, puoi vedere materializzare le frasi delle lettere, i pensieri affidati ad una preghiera, ad un desiderio. Il tempo del colloquio, però, passa velocemente. Che strano!! Io che sono abituato a contare i minuti che non passano mai, mi rendo conto allora, che il tempo è volato via. Senti aprire quella massiccia porte di ferro e ti accorgi che il tuo tempo, quel tempo che hai desiderato così a lungo, è finito. E’ ora di tornare ancora a contare i minuti infiniti che ti separano da un nuovo colloquio. E ti porti dentro, oltre al tuo, il vuoto, la tristezza e lo sconforto che hai letto negli occhi dei tuoi cari. Torni in quello spazio piccolo da cui sei venuto, torni a guardare il muro che ti sta davanti… quel grande muro di cemento che ti separa dalla vita. Potersi affacciare oltre, come alla finestra della propria vita. Ed ecco che il pensiero va alle stagioni della tua vita e ti accorgi quanto di essa ti sei perso. Ma un pensiero più doloroso ti opprime: capire come in questa vita non ci sia posto per chi ha sbagliato. Anche se hai pagato, scontando la tua pena, non basta: devi pagare per tutta la vita. Sarai sempre il cattivo da tenere al bando. Avrai pagato per il tribunale dei Giudici, ma non finirai mai di pagare per il tribunale degli uomini. In carcere sei privato della libertà e della dignità, mentre fuori sei privato della volontà e del bisogno di ricominciare. Così, ti ritrovi a guardare quel muro di cemento, ogni giorno, come se fosse il tuo nemico, come se avesse un’anima e ti avesse giudicato, senza possibilità di appello. Povero muro! Senza vita e senza colpa! In fondo, non è che il tuo compagno di sofferenza. Non è lui il giudice implacabile, ma quel tribunale degli uomini dove non è concesso sbagliare e dove non basterà mai avere espiato. Allora, non ti rimane che prendere atto che non potrai cancellare il tuo gesto criminoso, tornando indietro nel tempo, ma vivi nella speranza di recuperare le cose che non hai fatto in quel tempo bruciato, e, soprattutto, di non veder ricadere la tua colpa sui tuoi figli.
M. D. ( ex detenuto nella Casa Circondariale di Ragusa)
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