Gli youtuber sono in grado di superare gli esami di Maturità?

La rubrica dello psicologo, a cura di Cesare Ammendola.

In una sorta di cortocircuito della cronaca, nei giorni di una volubile estate italiana, migliaia di alunne e di alunni di diciotto anni (per lo più) stanno attraversando un importante rito di passaggio: la prova di maturità.

In questi stessi giorni, quattro loro coetanei (all’incirca) si sono resi protagonisti di un tragico evento. La vita di un bambino di appena cinque anni è stata stroncata di fatto dal comportamento dei quattro ragazzi. Che, dopo aver affittato un costosissimo Suv, per decine di ore, hanno filmato le loro folli corse a 110 km orari. Nelle stradine di Roma. Per pubblicare la loro ennesima sfida estrema. E ottenere ancora soldi e popolarità da influencer. Condividendo la challenge su You Tube. Continuando (forse) a filmare anche dopo il tragico impatto.

Come ho scritto altrove, le “sfide estreme” su You Tube sono da anni i sintomi sottovalutati di una nuova “psicopatologia digitale” (mi riferisco al fenomeno dei comportamenti, non a singoli individui e persone). Non chiamatelo “incidente”. Se io sono alla guida a 50 km orari e, ansioso come sono, leggo al volo il WhatsApp (che aspettavo) di mia figlia e tampono l’auto che mi sta davanti, questo è un incidente. E io sono il classico idioma dell’era digitale. Ma quello lì non si chiama “incidente”. Le parole contano. E mi chiedo: non è forse complice, suo malgrado, chi visualizza divertito e adrenalinico (600.000 iscritti nel loro canale)? Chi consente dall’alto l’affare delle challenge senza monitorare (le mega-piattaforme)? Chi, tra i genitori, considera queste cose delle “bravate” (finite male solo per sfortuna)?
I quattro ragazzi ora hanno “chiuso” il loro canale su Youtube, rinunciando d’ora in poi a tanti soldi. E chiedono perdono, ammettendo che nelle loro vite nulla sarà più come prima, dopo la morte del piccolo Manuel.

Io condivido la vostra rabbia, indignazione e diffidenza. Ma ora devo credere in loro. Altrimenti avrei scelto di fare un altro lavoro. Devo credere nella possibilità della redenzione dei ragazzi di oggi. Altrimenti?
Lo so. In tanti pensano che dietro ci sia solo strategia, calcolo, un buon avvocato. Può darsi. Ma io ora voglio credere che siano davvero spaventati, pentiti e dispiaciuti. E che il fenomeno della “psicopatologia digitale” avesse incrinato a tratti il loro esame di realtà. E però, se vogliono che io creda alle loro parole, devono assolutamente darmi un’ultima prova, la vera prova dell’esame di Maturità: di fronte all’avvocato che sostiene che questa tragedia si sarebbe potuta evitare, se la donna e madre alla guida avesse rispettato la precedenza, loro, in lacrime, dovrebbero dire tre semplici e definitive parole: “Non è vero!” E io riscoprire la grazia di quel giorno in cui decisi di iscrivermi proprio lì, a Roma, alla Facoltà di Psicologia.

Intanto, a proposito di maturità, a tutti i ragazzi che, sonnambuli d’ansia, camminano ora a piedi nudi sugli esami di Maturità, voglio mandare un sorriso che somigli a una granita di fragole e panna nella colazione più coraggiosa dell’alba.
Comunque vada, siete molto più belli dei giudizi di qualsiasi Commissione. L’originalità e la creatività di un vostro pensiero libero e nuovo salveranno il mondo. Ma non tutte le Commissioni sapranno vedervi. Per quello che siete nella vostra divergente unicità. E però non prendetevela con voi stessi! Accade, non di rado, che l’essenziale sia invisibile agli occhi della scuola italiana.

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