Le nanoplastiche sono state rilevate nel sangue umano e perfino nella placenta. Un tema sempre più centrale nel dibattito scientifico internazionale e che è arrivato anche al Parlamento Europeo, dove il professor Antonio Ragusa ha acceso i riflettori sui possibili rischi per la salute pubblica. Secondo gli studi presentati nel corso dell’incontro, le particelle di […]
UNA PIAZZA INTITOLATA A F. FOTI ED E. MARTINI
20 Ott 2013 12:54
Signor Sindaco, Lei certo saprà che lo scorso anno scrissi un articolo per RagusaOggi, in ricordo di Filippo Foti ed Edoardo Martini, due eroici tutori dell’ordine, dove evidenziavo che, dopo decenni, non di era ancora pensato a intitolare un posto in città. Finalmente Lei lo ha fatto. Che cosa lo ha spinto?
Mi ha spinto innanzitutto il senso del dovere, perché dare forma e concretezza alla memoria è un dovere per una comunità e per le istituzioni che la rappresentano. Ho quindi colto la sollecitazione espressa dalla Polizia di Stato per intitolare questo luogo al Brigadiere Filippo Foti e alla Guardia Scelta Edoardo Martini, uccisi mentre erano impegnati nella tutela della sicurezza delle persone comuni, come un’occasione di ricordo collettivo e di avvicinamento della comunità ad un luogo – la Stazione ferroviaria – protagonista di moltissime quotidianità.
Perché non si è più attenti ai fatti che accadono nella nostra città e non se ne fa tesoro di memoria?
Se mi permette farei una distinzione tra la memoria individuale e collettiva. Concordo sul fatto che oggi le persone vivono la propria quotidianità con maggiore affanno rispetto al passato, complice un cambiamento sociale che ha interessato tutta l’Italia dal dopoguerra, ma una forte spinta è stata data anche dalla rivoluzione tecnologica. Il tempo che ci viene concesso per assorbire un fatto e conservarlo nella nostra memoria è notevolmente più breve perché occorre fare spazio ad altre informazioni, così che siamo passati dal consumismo alla bulimia cerebrale. Non sono però d’accordo sulla memoria collettiva. Trento è una città vivace, che ha sempre saputo reagire con il ricordo, mai con l’introspezione, ai fatti dolorosi che l’hanno colpita.
Che cosa hanno espresso le autorità di P.S. al riguardo?
La Polizia di Stato ha tenacemente voluto questa intitolazione, con il duplice intento di onorare i colleghi deceduti nell’esercizio del loro lavoro e di vestire questo luogo di un significato collettivo. La prima sollecitazione in tal senso pervenne con una lettera del Questore Giorgio Iacobone il 29 settembre dello scorso anno, nella volontà di unire il ricordo dell’eroico atto dei due agenti alla ricorrenza del Santo Patrono della Polizia dello Stato S. Michele Arcangelo. A distanza di un anno ci siamo ritrovati assieme, Comune e Polizia di Stato, nella piazzetta che porta il nome di Foti e Martini, con una intitolazione formalizzata in tempi straordinariamente rapidi.
Quali sono state le difficoltà incontrate?
Non abbiamo incontrato particolari difficoltà, se non nella tempistica, perché ogni evento amministrativo che coinvolge la comunità richiede una valutazione condivisa della compagine governativa. Abbiamo saputo imporre una accelerazione, nella più ampia condivisione, dei tempi amministrativi, smentendo un’opinione spesso diffusa di una burocrazia che insegue, più che tenere il passo delle diverse esigenze collettive.
Perché nelle scuole, Lei signor Sindaco è stato anche insegnante, non se ne parla mai?
Riconosco un certo deficit nell’insegnamento della storia contemporanea. A tal proposito, visto che i fatti di cui stiamo parlando sono più vicini alla storia regionale che nazionale, vorrei ricordare che la Provincia Autonoma di Trento ha inserito nel 2012 l’insegnamento della storia dell’autonomia trentina tra gli assi prioritari degli indirizzi di governo. Fin dalle elementari si deve insegnare la storia delle istituzioni locali e autonomistiche, in modo più approfondito nei gradi successivi fino alle superiori. Lo studio comprende non solo le date storiche, ma anche i valori e il significato che hanno ispirato l’autonomia delle due province. Prevedo quindi che gli anni del “los von Trient” 1 saranno oggetto di attento studio.
Non valeva la pena di rendere più incisivo l’evento? Intendo con maggiore rilievo.
Da questo punto di vista non ho una sensazione di difetto rispetto all’enfasi che poteva essere data all’iniziativa, la partecipazione è stata altissima ed ha coinvolto, oltre alla cittadinanza, le massime rappresentanze civili e militari.
Potevano essere coinvolte le scuole per esempio. Si è fatto qualcosa in questo senso? Se sì, che cosa, se no, perché?
Volevamo innanzitutto essere pronti per la ricorrenza del 30 settembre, giorno in cui si celebra il Santo Patrono della Polizia dello Stato S. Michele Arcangelo, così non c’è stato il tempo di coinvolgere le scuole, che avevano iniziato l’anno da pochi giorni. Per farlo avremmo dovuto partire a primavera, quando ancora non avevamo elementi certi che ci garantissero di riuscire ad accelerare l’iter amministrativo.
Mi ricordo che in fondo al mio articolo scrissi la famosa frase dl Midrasch, che tra l’altro dice chi salva un uomo salva un mondo. Ha mai pensato quanti mondi hanno salvato queste due persone?
Moltissimi, ma la contabilità del dolore è un esercizio inutile che non mi appartiene. Però si è scelto con forza questo luogo, la Stazione dei treni, proprio per il significato che porta con sé, perché porta la le ferite di una tragedia collettiva e perché ogni giorno, oggi, accoglie il passaggio vitale di moltissime persone, per lavoro, per turismo, per semplice transito. Questo luogo rappresenta in qualche modo, con questa intitolazione, sia la quotidianità di tante vite che oggi di qui transitano e di tutte le vite, e dei loro mondi, che furono risparmiate 46 anni fa. Ma rappresenta anche la normalità insita nell’aspetto più famigliare al nostro vivere, il lavoro, nel compimento del quale gli agenti Foti e Martini persero la possibilità di un futuro.
Oggi è anche un giorno di lutto per Roma: 16 ottobre 1943, il rastrellamento del Ghetto. Quale parallelo ci trova in questi due eventi?
Sono due eventi diversi, in contesti storici agli antipodi rispetto al clima civile in cui si viveva. Il ’43 vedeva un Paese in guerra mentre il ’67 si lasciava alle spalle oltre un decennio di pace e ricostruzione. L’unica cosa in comune di questi due eventi è il dolore che portano con sé.
Non posso non citare anche la strage della stazione di Bologna. Lì non ci sono stati un Filippo Foti e un Edoardo Martini e, non è ovviamente detto, che ci potessero essere, cosa ci legge in questi due eventi eversivi?
Sia la stagione del “Los von Trient”, che gli Anni di piombo, sono stati anni scanditi da attentati duri e scellerati, che evocano tra le persone emozioni profondamente negative e rappresentano certamente una delle pagine più buie della nostra storia. Ci trovammo ad un passo dalla guerra civile e il tratto comune fu senza dubbio la volontà sovversiva. Ma come è vero che ogni notte porta in grembo un nuovo giorno, la reazione che scaturì fu unanime. Questi eventi rappresentano quindi anche la grandezza, la statura morale e il profondo senso civile di una Nazione che attraverso la gente comune ha ritrovato un sentimento di appartenenza, di italianità, cosa non sempre facile per il nostro Paese.
Vuole cortesemente dire una frase o una considerazione o una citazione per i lettori di RagusaOggi?
Vorrei solo ribadire il significato del gesto di persone comuni, come gli agenti Foti e Martini, che hanno sacrificato la loro stessa esistenza nell’esercizio del loro lavoro, per impedire che nel nostro Paese lo stato di diritto, le garanzie sancite dalla nostra carta costituzionale e la legalità venissero cancellate.
Adelina Valcanover
1) Los von Trient > Via da Trento. Motto coniato il 17 novembre 1957 da Silvius Magnago fondatore del partito autonomista SVP (SüditolerVolksPartei).
© Riproduzione riservata