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L’Odissea di Nolan è la storia di un siciliano
30 Lug 2026 08:58
La rubrica dello psicologo, a cura di Cesare Ammendola
C’è una scena che si ripete da tremila anni, con il solo aggiornamento del cast: un uomo parte, il mare lo inghiotte e quando finalmente torna a casa non riconosce più la cucina di sua madre. Omero la chiamò “Odissea”. Freud, con minore eleganza narrativa ma pari senso del dramma, la chiamò “nostalgia strutturale dell’Io”. Un siciliano, più modestamente, la chiama “partenza”.
Che Christopher Nolan abbia scelto proprio questo mito per il suo film non è un caso: è una diagnosi. Perché l’Odissea non racconta un viaggio, racconta un sintomo. Ulisse non è un naufrago, è un uomo che non riesce a stare fermo neppure quando la meta è raggiunta. E chiunque abbia avuto uno zio partito per la Germania nel 1962 e tornato ogni agosto sa esattamente di cosa parliamo. Il siciliano emigrante è l’unico erede legittimo di Ulisse: non perché viaggi per curiosità, ma perché il suo desiderio di tornare è direttamente proporzionale alla certezza che, tornando, non troverà più nulla di ciò che ha lasciato. Itaca, in fondo, è già cambiata nel momento in cui la nave molla gli ormeggi. Questo, in psicologia, si chiama “elaborazione anticipata del lutto”; a Catania si chiama semplicemente “sapere come va a finire”.
C’è poi la questione di Penelope, che la vulgata riduce a paziente tessitrice, e che invece è la vera protagonista clinica del poema: colei che pratica ogni notte un rituale di disfacimento (la tela tessuta di giorno, disfatta al buio) che oggi chiameremmo comportamento ossessivo-compulsivo, e che Omero, con la consueta generosità verso i sintomi altrui, chiamò invece fedeltà. Ogni famiglia siciliana ha la sua Penelope: la madre che rifà il letto già rifatto, la nonna che riapparecchia la tavola per un figlio che vive a Milano da vent’anni. Non è ossessione. È amore che non ha ancora ricevuto una diagnosi.
Nolan, si dice, ha ambientato il suo film tra mare e luce accecante, gli stessi ingredienti di ogni estate siciliana in cui qualcuno, sull’uscio, guarda il porto e aspetta qualcuno che non arriva mai all’ora giusta. E qui la psicologia incontra la sua vera materia prima, che non è il trauma ma l’attesa: quello stato sospeso in cui il tempo smette di essere lineare e diventa, come in un film di Nolan, una struttura ad anelli: il figlio che aspetta il padre è già, in potenza, il padre che un giorno aspetterà il figlio.
Il ciclope, per inciso, non è un mostro: è il primo terapeuta della storia a essere accecato dal proprio paziente subito dopo la seduta. Le sirene non cantano canzoni, cantano desideri repressi con ottimo accompagnamento musicale. E il “Nessuno” con cui Ulisse inganna Polifemo è, se vogliamo essere seri per un istante, la più antica definizione clinica di dissociazione mai scritta: per sopravvivere, a volte, bisogna smettere temporaneamente di essere qualcuno. E l’Ulisse di Nolan è per certi versi l’eroe problematicamente siculo dentro, nella sua ostinata contraddizione, nel suo sincretismo di incessanti paradossi: un uomo dagli spigoli di un rebus giammai a tutto tondo.
Forse è questo che Nolan ha capito, e che i siciliani sanno da sempre senza bisogno di girarci un film: che tornare a casa non è mai la fine del viaggio, ma la scoperta che il viaggio, in realtà, non finisce. Semplicemente cambia mare.
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