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La statua di Pennavaria che divide da vent’anni. La soluzione? Semplice, fonderla e chiudere definitivamente la polemica
10 Lug 2026 14:53
Ogni estate torna puntuale. Cambiano le amministrazioni, cambiano le maggioranze politiche, ma il dibattito sulla statua di Filippo Pennavaria riemerge con la stessa forza. Stavolta a riaccenderlo è l’intervento di Ragusa in Movimento, che chiede all’amministrazione comunale una decisione definitiva sulla collocazione del monumento, oggi ancora custodito nei magazzini comunali dopo essere stato realizzato con denaro pubblico.
Il tema è tornato d’attualità anche sulla scia delle polemiche di Pozzallo, dove la revoca della cittadinanza onoraria concessa all’ex senatore ha riaperto il confronto sul rapporto tra memoria storica e giudizio contemporaneo.
Mario Chiavola, presidente di Ragusa in Movimento, richiama le posizioni dello storico Uccio Barone e sostiene che Pennavaria non possa essere ridotto esclusivamente alla sua appartenenza al fascismo. È innegabile, infatti, che il suo peso politico fu determinante per l’istituzione della Provincia di Ragusa nel 1927 e per altri risultati amministrativi che segnarono la crescita della città.
Nel suo intervento, il presidente di Ragusa in Movimento, Mario Chiavola, sostiene che sia arrivato il momento di dare una soluzione definitiva alla vicenda della statua di Filippo Pennavaria, ancora custodita in una fonderia in Toscana nonostante sia stata realizzata con fondi pubblici. Secondo Chiavola, la figura dell’ex senatore non può essere letta esclusivamente attraverso la lente del fascismo, ma va inserita nel contesto storico in cui operò, riconoscendone il ruolo nella crescita amministrativa e urbanistica della città, a partire dal contributo determinante per l’istituzione della Provincia di Ragusa. Richiamando anche le riflessioni dello storico Uccio Barone, Chiavola invita a evitare ogni forma di “destoricizzazione” e chiede all’amministrazione comunale di assumere una decisione chiara, condivisa e rispettosa della memoria storica, coinvolgendo studiosi, associazioni e cittadini.
Ma è proprio qui che nasce il nodo.
Perché Pennavaria non è un amministratore qualsiasi della storia cittadina. È uno dei principali dirigenti del fascismo siciliano, il fondatore del fascismo ibleo secondo larga parte della storiografia, tra i protagonisti di quella stagione di squadrismo che insanguinò anche il territorio ragusano. Le ricostruzioni storiche di Marcello Saija, gli studi universitari sul fascismo ibleo e gli interventi dello stesso Uccio Barone descrivono un fascismo ragusano caratterizzato da una violenza organizzata contro il movimento socialista e contadino.
Tra gli episodi più drammatici di quegli anni, figura la strage del 9 aprile 1921 in piazza San Giovanni, quando morirono quattro braccianti e decine di persone rimasero ferite. Sulla responsabilità penale diretta di Pennavaria gli storici distinguono tra gli accertamenti giudiziari dell’epoca e la responsabilità politica quale capo riconosciuto del movimento squadrista locale. Proprio per questo la sua figura continua a dividere profondamente.
Ed è questa divisione a rendere impossibile qualsiasi collocazione della statua.
Qualunque piazza la ospitasse diventerebbe inevitabilmente terreno di scontro. Ogni inaugurazione si trasformerebbe in una manifestazione politica. Ogni anniversario riporterebbe in superficie le stesse polemiche. Il monumento non unirebbe la città: la dividerebbe.
Per questo la soluzione più semplice appare anche la più razionale.
Quella statua non dovrebbe essere collocata da nessuna parte.
Dovrebbe essere fusa. Il bronzo potrebbe essere riutilizzato per realizzare un’opera dedicata a un personaggio o a un valore capace di rappresentare l’intera comunità ragusana. Se ciò non fosse possibile, il materiale potrebbe essere venduto, recuperando almeno una parte delle risorse spese.
Perché l’errore, probabilmente, è stato commesso a monte.
Fu una scelta discutibile utilizzare denaro pubblico per commissionare un monumento destinato, fin dal primo giorno, a rappresentare una figura inevitabilmente controversa. Non perché la storia debba essere cancellata. Al contrario. La storia deve essere studiata, approfondita e raccontata nella sua complessità. Ma una cosa è la storia, un’altra è il monumento celebrativo.
Pennavaria continuerà a occupare il posto che gli spetta nei libri, negli archivi e nelle ricerche degli storici, con luci e ombre, meriti e responsabilità. Non serve una statua per ricordarlo.
E forse, al di là delle motivazioni storiche, c’è anche un altro elemento da considerare. Il ritorno periodico di questa vicenda coincide spesso con momenti di tensione politica cittadina. Oggi, dopo il passaggio del sindaco Peppe Cassì nell’area di Forza Italia e i nuovi equilibri del centrodestra ragusano, la questione Pennavaria diventa anche uno strumento per misurare la posizione dell’amministrazione e mettere alla prova la sua capacità di prendere una decisione.
Ma forse la decisione più coraggiosa sarebbe proprio quella di chiudere definitivamente una vicenda che si trascina da oltre vent’anni.
Fondere la statua. Voltare pagina. E lasciare che sia la storia, non il bronzo, a raccontare Filippo Pennavaria.
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