LA SCOMMESSA DI PASCAL di Luciano Nicastro

Sembravano manovre tattiche quelle di Marchionne per calmare il sindacalismo radicaleggiante e riottoso italiano (FIOM, etc.) finalizzate a far decollare a condizioni più favorevoli il progetto, enfaticamente divulgato, di “Fabbrica Italia”, ma invece erano le prove generali di una più generale svolta “copernicana” nel sistema delle Relazioni industriali,a partire dalla Fiat e coinvolgendo sostanzialmente l’area confindustriale. E’ iniziato così con tuoni e fulmini un processo, improvviso e irresponsabile come un temporale estivo, di ritorno alle origini del conflitto sindacale del secondo dopoguerra quando al “centro” c’era il capitalismo familiare che con l’aiuto di qualche abile dirigente manager (cfr. Valletta…), concedeva alla fine di una lunga ed estenuante trattativa qualche piccolo aumento e miglioramento salariale.

Con  l’autunno caldo del 1969 nascono due fatti nuovi nel campo delle relazioni industriali, il sindacato diventa più forte perché più unito negli obiettivi e nelle azioni di lotta e si afferma come novità strategica nelle relazioni industriali anche l’idea di “una cogestione” della fabbrica di sapore romantico e ideologico. Il sindacato CGIL, CISL, UIL, riunito nella triplice, diventa così, sul piano culturale e pratico, di fatto “l’ago della bilancia”  dei progetti industriali e dello sviluppo dell’intero Paese finalizzato alla piena occupazione. In quel contesto il sindacato si pone come soggetto che vuole essere “classe generale” nell’ambito di una visione operaista, di stampo antico e classista,e assume concretamente come obiettivo intermedio quello di contare di più nelle fabbriche e nel Paese per avere contratti nazionali e aziendali più favorevoli  in termini normativi e salariali nei confronti delle condizioni di lavoro e di vita dei lavoratori nella Società italiana in trasformazione.

Il sindacato incomincia così a pesare come gruppo di pressione,come lobby democratica, ma di fatto contano di più perché assumono nuovi privilegi generali e particolari i suoi dirigenti sindacali, dai più grandi sino ai minuscoli, costituendo essi i nuovi interlocutori “politici” complessivi di base e di vertice con un forte potere di veto e di legittimazione delle politiche attive del lavoro e sociali più avanzate. Diventa allora il Sindacato un Potere di indirizzo e di gestione minuta e non di controllo dell’attuazione della normativa pattuita nei contratti, una pesante cintura parassitaria e grigia,mal sopportata dagli  imprenditori onesti che vedono in essa il macigno che impedisce un sano e fisiologico sviluppo produttivo e occupazionale della Fabbrica e nella Fabbrica un sistema di sane relazioni funzionali.

Nasce invece un groviglio ingovernabile di bardature, lacci e laccioli che ingessano il governo imprenditoriale,l’armonia e la disciplina aziendale e financo l’espansione e la crescita economica complessiva. Si può dire che il terzo momento di questa esemplare evoluzione di modello sistemico, dopo fisiologiche e reattive fasi di lotta, e periodiche restaurazioni, è da collocare nella “politica di concertazione” del I° Governo Ciampi che in nome del superiore bene comune del sistema e del Paese, richiedeva come metodo cogente e fecondo  un tavolo di dialogo e di convergenza e di prospettiva costruttiva nazionale sia alle forze confindustriali che a quelle sindacali confederali e autonome. Era il compromesso di qualità e di scopo generale.

Con la svolta di Marchionne  invece il sistema si  è allargato “a piramide” e ha ripreso la vecchia

identità di  Fabbrica “generale” come principale e determinante motore dello sviluppo e della crescita nazionale della produzione e del lavoro,concepito sempre come organica e funzionale variabile dipendente. La sua teorizzazione si può sintetizzare nella formula di Marchionne che esprime bene il sentire comune imprenditoriale secondo cui “sui doveri si fondano i diritti e non viceversa”.In questo caso l’approccio è unilaterale e non sociale e non condiviso. Non a caso il manager a. d. della Fiat Multinazionale discende ora dall’alto di un ritrovato “ruolo monarchico” a tessere il mosaico territoriale della produttività aziendale e della rete occupazionale nel Paese con evidenti e dirimenti effetti sociali,di consenso e di coesione. Egli si sta preoccupando di salvare innanzitutto la sua primaria convenienza e compatibilità finanziaria a prescindere da ogni vincolo morale e politico di “imponibile di manodopera” sia per bisogni  d’area di oggettiva disoccupazione che di debito storico di riconoscenza per i benefici e gli aiuti ricevuti dal governo del Paese in tutti gli anni passati più o meno recenti quando si sono socializzate le perdite della Fiat e di altre aziende e privatizzati e tutelati i profitti con commesse tempestive e agevolazioni di vendite promozionali. Il discorso non riguarda solo e pregiudizialmente la FIAT ma  sia sul passato industriale che sull’annunciato nuovo modello relazionale “muscolare” ogni azienda industriale dalla più grande alla più piccola, specie nelle Regioni sia del Sud che del Nord-Est “leghista” .

Questa teorizzazione nella pratica è micidiale per gli effetti che produce perchè sfasa il rapporto  equo tra salari e profitti  riproponendo il vecchio schema vetero liberista e neo-capitalista del controllo sicuro e preventivo del mercato del lavoro a vantaggio programmato di una flessibilità del lavoro da parte della azienda e della proprietà sia in entrata che in uscita (precariato strutturale di plus valore). Si riproduce così lo squilibrio storico e sistemico di una relazione industriale patologica e con essa la conflittualità permanente della divisione intrasindacale e la prassi della egemonia del “divide et impera” datoriale. Solo che oggi il gioco è più aggressivo e cinico perché l’onda globale preme sistematicamente e allunga le mani su un esercito in espansione in Italia e nel Mondo di giovani e adulti disoccupati,di precari e di adulti cassintegrati. Sono i guasti della finanziarizzazione delle aziende e della localizzazione produttiva e del lavoro come ha dimostrato Luciano Gallino,sociologo del lavoro e delle relazioni industriali.

In questa ottica va ripensato di nuovo e profondamente  il ruolo “complessivo” del Sindacato da tempo sostanzialmente diviso e in perdita di credibilità e di consenso, ricostruendo una piattaforma programmatica e strategica moderna e adeguata di unità di intenti e di azione per rendere lo sguardo e il profilo etico e contrattuale più credibile sul piano produttivo e più pronto a progetti di lungo respiro, di duro sacrificio e di concreta e più quantificabile cooperatività produttiva. Non basta più il vecchio quadro direttivo sindacale e la vecchia scuola. Ci vuole una rivoluzione di quadri sindacali non solo con la valorizzazione della presenza femminile ma con una capacità relazionale di qualità  di riferimento non solo contrattuale ma più competente e paziente nel dialogo e nella tessitura di buone relazioni industriali permanenti,più partecipate e democratiche, più feconde e cooperative per la tutela della produzione e del lavoro a lunga e programmata durata.

E’ il momento di attingere alla sempre valida lezione di Giuseppe Di Vittorio che sapeva essere sindacalista,deciso e credibile nella lotta drammatica nel secondo dopoguerra e costruttivo e propositivo nei periodi di difficoltà economiche dell’azienda e del Paese. L’offerta sindacale deve essere riveduta e corretta, più pronta e mirata nella individuazione di obiettivi salariali e sociali più rispettosi dei diritti inalienabili e più chiari nella piattaforma dei nuovi diritti storici di seconda generazione, negoziabili all’occorrenza alla naturale e legale scadenza dei contratti nazionali e aziendali con gradimento consensuale per la produttività e la difesa sindacale della massa di lavoro.

L’offerta confindustriale non può quindi attardarsi testardamente ancora sulla vecchia rendita di posizione economica e di peso politico-mediatico come ciecamente sta facendo come dura avanguardia del capitalismo italiano la Fiat di Marchionne ma deve operare  anch’essa una svolta nell’opera di mediazione e di moderazione che la crisi non può pesare solo sul lavoro ma  garantire uno zoccolo duro e programmato di sviluppo e di riconversione produttiva oltre l’emergenza.  

Il Governo della economia del Paese deve farsi carico di una funzione promozionale e sociale emergenziale, straordinaria e concorrente. In questo senso il governo dell’economia generale nei suoi obiettivi di salute pubblica e di compatibilità produttiva deve rinascere dalla nuova etica della responsabilità di sistema e da un’attiva politica governativa di ripresa della cultura e della prassi della concertazione con il riconoscimento del principio liberale della convergenza degli interessi mediante la confluenza verso mete di benessere civile e non solo di compromessi contingenti. In questo senso la provocazione e la scommessa di Marchionne sono  salutari se fanno scoprire un nuovo principio   di maturità e di corresponsabilità etica e pubblica nelle relazioni industriali e sociali che si possono sintetizzare nella formula “morire per vivere”, saper morire a certi modi e per rivivere e far rivivere in altri “moduli” relazionali e fecondi il sistema delle relazioni industriali e politico-economico del Paese nell’attuale mondo globale.

Zygmunt Bauman opportunamente in “Modus vivendi” (Laterza, Bari 2006) indica nell’analisi dell’uomo custode e giardiniere e in quella dell’uomo cacciatore e predatore una metafora della creatività del lavoratore e dell’imprenditore e forse più in generale una edizione riveduta e corretta della contesa servo-padrone della hegeliana fenomenologia dello Spirito verso la disialienazione dal lavorismo e dal consumismo (cfr. il mio “La politica, una passione inutile?, Itaca ediz., Ragusa 200  p. ). Forse il nuovo principio logico e ontologico e di progetto politico non può non esprimersi nel senso che sia necessario,sia sul piano teoretico che operativo che “il lavoro cresca e che il profitto diminuisca” in rapporto tale da garantire un maggiore e più giusto equilibrio al sistema produttivo ed occupazionale dell’intero Paese.

La delocalizzazione ad esempio può essere un’arma impropria e pericolosa non solo sul piano etico ma anche su quello economico e produttivo perché accelera la morte del lavoro e con esso della imprenditorialità sana e spegnendo la responsabile coscienza sindacale dei lavoratori e accreditando la convinzione della ineluttabilità dell’economicismo fatale sia a livello planetario che a livello locale, continentale e nazionale, fra i paesi ricchi e quelli poveri e fra le zone più ricche e quelle più arretrate di ogni Paese, fra il Sud e il Nord del Potere e della ricchezza,fra la geografia della dieta e della fame.

Non esiste solo la delocalizzazione di necessità della produzione ma anche quella attiva dell’impresa per scopi non dichiarati, come nel caso Fiat da Mirafiori in Serbia, pur con le rettifiche fatte, che colpisce il lavoro con la politica feroce della mobilità attiva e costrittiva e delle migrazioni lavorative nazionali e internazionali a costi estremi e a sacrifici supremi personali,familiari e sociali.

E noi italiani siamo andati dal Sud al Nord del Paese, del continente e del Mondo là dove c’era un lavoro da emigrante,precario e mal pagato,relativo a quelli che venivano considerati e ritenuti dei “bed jobs”, pronti a fare qualunque sacrificio in qualunque condizione di vita e di lavoro.

La storia delle migrazioni italiane ne costituisce un ammonimento esemplare e una lezione umana indimenticabile che rischia di ripetersi in modo più drammatico con la vicenda della delocalizzazione in Serbia, della nevco di Pomigliano, etc. e con la repressione della immigrazione con la “Bossi-Fini” e la variante Maroni con l’accordo con la Libia e con le relative imitazioni sia di metodo che di merito.

Con una disoccupazione giovanile e femminile a livello più alti e paurosamente collocate nel tasso di occupazione secondo l’Istat e il dossier Svimez 2009 intorno al 30% non ci sono margini ulteriori per il parcheggio sociale di tanti giovani che si ritrovano bamboccioni o casalinghe per necessità di rigetto da un mercato del lavoro “ostile” e repellente perché funziona selvaggiamente una intrinseca e interna delocalizzazione del lavoro tra un Nord che tira ed un Sud “che tira a campare” e che produce e riproduce  flussi periodici e sistematici di precari, sottoccupati e disoccupati a carico delle famiglie di origini e di un  residuale welfare familiare dai confini incerti e dalle possibilità in esaurimento, specie nel Meridione.

Il tessuto produttivo del Paese con la miriade di piccole e piccolissime aziende produttive tradurrà il teorema Marchionne quindi come l’ultima trovata per sopravvivere e galleggiare nei profitti,nella produttività, nella ripresa e fuoruscita della crisi e spingerà verso il revisionismo delle relazioni e dei contratti, sordo e grigio in funzione antisindacale e a briglie sciolte e a ranghi sparsi. Il Governo del Paese senza un disegno razionale ed etico di sviluppo condiviso della coesione sociale e occupazionale richiede la difesa del diritto al lavoro attraverso un buon diritto allo studio fondato sul merito della mansione e non sul privilegio dell’occupazione per voto di scambio e di corruzione.

Il teorema Marchionne alla fin fine è un’esplosione “a grappolo” di problemi e di effetti su tutti i fronti se viene lasciato liberamente navigare senza una cornice di responsabilità democratica e normativa. Non vorrei che fosse l’ultima tentazione dei padroni… Non possiamo permettercela per la pace sociale e la tenuta del sistema democratico e produttivo.

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