Il cane randagio che andò dallo psicologo e lo guarì

La rubrica dello psicologo, a cura di Cesare Ammendola

Retorica a parte, se un cane diventa aggressivo, specie se si muove in branco, l’unica risposta è la segnalazione (e il canile in attesa dell’adozione). Ideologie a parte, non ci sono molte alternative, se i cani domestici di piccole dimensioni o addirittura bambini e anziani per strada rischiano la propria incolumità. 

Nelle città moderne il randagismo canino è un fenomeno complesso, spesso nascosto tra vicoli, parchi e periferie. Non riguarda solo il benessere degli animali, ma anche l’equilibrio psicologico e sociale delle comunità umane. Il cane randagio è il risultato di abbandono, riproduzione incontrollata, povertà educativa e mancanza di politiche efficaci. Comprendere i suoi bisogni e la sua psicologia è il primo passo per ridurre i rischi legati alla sua presenza in ambito urbano.

Dal punto di vista sanitario e sociale, il randagismo comporta pericoli concreti: diffusione di malattie, incidenti stradali, conflitti con le persone e con altri animali. Tuttavia, leggere il cane randagio solo come un problema è una semplificazione. Dal punto di vista psicologico, questi cani sono individui che vivono in uno stato di stress cronico. La città è un ambiente iperstimolante: rumori continui, odori intensi, mancanza di spazi sicuri e routine imprevedibili. Tutto questo può portare a comportamenti di iper vigilanza, aggressività difensiva o, al contrario, a ritiro e apatia.

Il cane, animale sociale per natura, ha bisogni emotivi profondi: sicurezza, appartenenza, prevedibilità. Quando questi bisogni non vengono soddisfatti, il suo comportamento diventa una strategia di sopravvivenza. Un cane randagio che ringhia non è “cattivo”, ma sta comunicando paura. Un cane che segue le persone o entra nei negozi non è invadente, ma cerca un legame, una figura di riferimento. La psicologia canina ci insegna che il comportamento è sempre una risposta a un contesto.

Ed è qui che nasce la metafora del cane randagio che va dallo psicologo e lo guarisce. Osservando questi animali, siamo costretti a rivedere le nostre categorie: normalità, adattamento, resilienza. Molti cani randagi sviluppano incredibili capacità di lettura emotiva dell’essere umano, imparano a decifrare gesti, toni di voce, intenzioni. In un certo senso, diventano esperti di psicologia applicata, perché la loro sopravvivenza dipende dalla relazione.

Quando un professionista, un volontario o un cittadino entra in relazione autentica con un cane randagio, accade spesso qualcosa di reciproco: mentre il cane ritrova fiducia e sicurezza, l’essere umano riscopre empatia, responsabilità e ascolto. Il “guarito” non è solo il cane, ma anche la società che impara a farsi carico dei più vulnerabili.

Affrontare il randagismo significa quindi intervenire su più livelli: prevenzione, educazione, adozione consapevole e riconoscimento dei bisogni psicologici dei cani. Perché una città davvero sana è quella che sa prendersi cura anche di chi non ha voce, ma ha molto da insegnare. Come poeti maledetti e clochard del destino, diretti senza dove tra le linee d’ombra di una piazza.

© Riproduzione riservata

Invia le tue segnalazioni a info@ragusaoggi.it