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QUANTA NATURA SPRECHIAMO?
17 Ott 2013 05:54
In concomitanza con la Giornata Mondiale dell’Alimentazione il WWF ha presentato un report dal titolo «Quanta natura sprechiamo? Le pressioni ambientali degli sprechi alimentari in Italia».
Sprecare il cibo è un oltraggio non solo per la morale, l’intelligenza ed il buon senso, ma anche un danno immenso per l’economia e non ultimo per l’ambiente: sprecare il cibo significa aver sprecato la terra coltivata, l’acqua, i fertilizzanti e le relative emissioni di gas serra necessari per produrlo e trasportarlo.
Le nostre modalità di produzione e consumo degli alimenti, nonchè lo spreco degli stessi, sono in grado di influenzare la nostra stessa sopravvivenza sulla Terra in quanto contribuiscono in maniera significativa al riscaldamento globale, alla desertificazione e alla perdita di biodiversità. Per poter determinare l’impatto ambientale di un alimento è necessario analizzarne l’intera filiera di produzione, determinando tutti i passaggi “dal campo alla forchetta”.
Per la prima volta, in riferimento al nostro Paese, con questo rapporto vengono resi noti gli impatti ambientali relativi agli sprechi alimentari nazionali.
La pressione ambientale generata dalle frazioni di cibo sprecate sono state analizzate per mezzo di tre indicatori di pressione ambientale: la quantità di gas serra (GHG) emessa lungo la filiera fino a distribuzione, la quantità di acqua consumata nei processi di coltivazione/allevamento e nella fase industriale e la quantità di azoto reattivo (Nr) immessa in ambiente nella fase di coltivazione/allevamento.
«Nel 2012 abbiamo sprecato in Italia fino a 1226 milioni di metri cubi d’acqua utilizzata per produrre cibo che è stato gettato senza essere consumato. Di questi, 706 milioni di metri cubi sono in capo ai consumatori, mentre 520 milioni di metri cubi si sono persi lungo la filiera prima ancora di arrivare nelle case. Sul fronte delle emissioni, sono 24,5 milioni le tonnellate equivalenti di CO2 immesse inutilmente in atmosfera per produrre beni alimentari sprecati, pari a circa il 20% delle emissioni di gas serra del settore dei trasporti: di queste 14,3 milioni di tonnellate di CO2 associate al cibo sprecato dai consumatori e 10,2 milioni di tonnellate associate alle perdite lungo la filiera alimentare. Infine, nel 2012 abbiamo sprecato circa 228.900 tonnellate di azoto reattivo contenuto nei fertilizzanti (143.100 tonnellate sprecate dai consumatori, 85.800 tonnellate lungo la filiera), vale a dire che il 36% dell’azoto immesso nell’ambiente, con gravissimi impatti sulla qualità delle acque e sulle specie che popolano gli ecosistemi idrici, poteva essere evitato.
Naturalmente, il peso ambientale di quello che sprechiamo dipende sia da quanto sprechiamo, sia da cosa sprechiamo perché ogni alimento ha una propria impronta ambientale che dipende dalla sua filiera di produzione». Ad esempio lo spreco di 1 kg di carne “costa” all’ambiente 10 volte la quantità di gas serra e di azoto reattivo richiesti da 1 kg di pasta.
«Quando il cibo viene sprecato, anche il suo “costo” ambientale viene sprecato, e l’ambiente viene quindi inquinato, sfruttato o alterato invano – ha detto Eva Alessi, responsabile Sostenibilità del WWF Italia – La riduzione degli sprechi deve diventare una priorità, anche attraverso un migliore bilanciamento tra la produzione e la domanda. In molti casi sono sufficienti semplici azioni da parte di singoli cittadini, produttori, rivenditori, ristoratori e imprese per contribuire a raggiungere la sicurezza alimentare e una migliore sostenibilità ambientale».
«Un sistema alimentare come quello odierno basato sui combustibili fossili, sui comportamenti di spreco, sull’inquinamento e il sovrasfruttamento delle risorse, che si è evoluto e radicato nelle società occidentali industrializzate, non è più un modello proponibile, né per i paesi che l’hanno creato, né per quelli che hanno cercato di imitarlo. Eppure noi continuiamo a vivere in un sistema culturale basato sul perseguimento di una continua crescita, materiale e quantitativa, e su modelli di uso delle risorse basati sul sovraconsumo, con il risultato di pesanti effetti deteriori di tipo economico, sociale ed ambientale.
Oggi abbiamo la possibilità concreta di impostare un nuovo modello alimentare ed economico che finalmente metta al centro la natura e l’essere umano e fornisca il giusto riconoscimento a un capitale di risorse che non è sostituibile, e che costituisce la base fondamentale del nostro ‘benessere‘».
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