MODICA, IL SILENZIO OLTRAGGIO ALLA CITTÀ

Dopo più di dieci giorni, non risulta alcuna risposta alla mia lettera pubblica rivolta al sindaco di Modica Antonello Buscema e all’assessore (allora ex, oggi nuovamente in carica) Anna Maria Sammito.

 

Sia chiaro. Ciascuno è libero di rispondere, o non rispondere, a chi voglia.

Ma anche la non risposta configura un atto per quanto omissivo, una volontà, una scelta. Che come tali non possono avere la pretesa dell’ultima “parola”, o, peggio, la pretesa – o la consegna per tutti – del silenzio.

Intanto credo sia utile rileggere la domanda, pubblica, che avevo posto nella lettera. Eccola.

 

Il sindaco Buscema e l’assessore Sammito possono escludere che nel corso della recente campagna elettorale l’attività di propaganda del candidato Sammito e/o di altri candidati abbia comportato l’utilizzazione di spazi, strutture, edifici o servizi comunali (dei quali quindi l’amministrazione avesse la potestà di disporre) destinati a finalità pubbliche, estranee e non compatibili con quelle, private, proprie della “caccia al voto” di partiti, liste e aspiranti deputati?

 

 La domanda è contenuta in una lettera pubblica perché, pubblici, per definizione, sono i temi che essa pone, nonché gli interessi oggetto degli atti e dei fatti al cui accertamento tenta di contribuire.

Come si spiega allora e come valutare il silenzio – da parte di amministratori del Comune, figure massimamente pubbliche tanto più nell’esercizio delle funzioni di disposizione dei beni comunali – a tale domanda, silenzio che, dopo oltre dieci giorni, credo si possa dare per definitivo, almeno per quanto concerna la scelta libera e volontaria degli interrogati?

Prima di rispondere, può essere utile puntualizzare che i soli casi possibili, prima ancora della (non)riposta, erano – e sono – due.

1) Che Buscema e Sammito non potessero escludere i fatti che io pongo nella domanda la quale in sintesi chiede: “la Sammito stessa o altri candidati hanno utilizzato per fini elettorali spazi, strutture, edifici del Comune destinati a finalità appunto comunali”?

2) Che, invece, Buscema e Sammito tale esclusione potessero garantire, senza timore di smentite.

Non v’è dubbio che il silenzio, tenace e per un tempo così lungo, in linea di principio e in ossequio alla logica abbia la spiegazione più convincente e verosimile nel primo dei due – soli – casi possibili.
Infatti, se volessimo per un istante non escludere invece che la verità risieda nel secondo (ovvero Buscema e Sammito potrebbero, senza dire il falso, escludere l’uso, a mio avviso illegale e abusivo, di strutture pubbliche per fini elettorali) il silenzio rimarrebbe un macigno impossibile da rimuovere lungo questa via.

Infatti perché un’amministrazione comunale e i loro “democratici” esponenti dovrebbero rifugiarsi nel silenzio, in palese disprezzo del diritto dei cittadini a conoscere gli atti di disposizione dei beni comunali, e lasciare un dubbio proprio in un caso in cui invece essi, a testa alta, in ipotesi, avessero le carte in regola per tranquillizzare la città sulla bontà e sulla correttezza del loro operato?

Ciascuno si dia la risposta che vuole. La logica e l’aderenza ai fatti ne avrebbero una sola, forte e chiara, ma io non mi accontento. Poiché non voglio rimanere con questo dubbio e non credo che una comunità possa essere lasciata, senza essere offesa nella sua dignità civile, né con tale dubbio, né comunque (per chi di dubbi non ne avesse) con la ferita aperta dall’arroganza del silenzio, assumerò le iniziative necessarie perché quella domanda abbia, in verità, una risposta.

Questo invero sarebbe dovere inderogabile di un sindaco e/o di un assessore anche nel caso in cui “non possano escludere che ….” perché tale condizione troverebbe nel silenzio un falso e finto rimedio di gran lunga peggiore del male, in quanto non possono mai trovare limiti in interessi personali o di parte, né essere piegati a convenienze inconfessabili, il valore civico della verità – quale che essa sia – nonché il dovere morale e politico, da parte di chi è stato eletto a servire la città, di rispondere sempre e comunque dei suoi atti ai cittadini, referenziati o meno, molti o pochi – e perfino uno solo – che siano.

Quale che sia il nostro caso, nella gamma del possibile, una certezza l’abbiamo già: il disprezzo, ad opera dei vertici dell’amministrazione comunale e di suoi “democratici” esponenti, dei principi elementari di democrazia e di gestione della cosa pubblica, nel novero dei quali rientra pienamente quello di doverne sempre, e pubblicamente, rendere conto.

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