Il protocollo tra Sicindustria e Asp entra nella fase operativa: una ventina di aziende iblee aderenti, 1.200 lavoratori coinvolti e fino a 4.000 persone con i familiari.
IMMAGINI IN PARALLELO: CONTADINI E SAMURAI
22 Mag 2017 20:47
Frequento, da oltre un anno, un gruppo di Tejas Yana – Arte della spada e di ricerca sulla meditazione – o, più brevemente, Kendo e, durante la pratica, mi capita spesso di vedere, in parallelo, delle immagini risalenti ai lavori contadini della mia gioventù.
Con la spada in mano mi rivedo con in mano la zappa o la canna per bacchiare le olive. Quando alzo le braccia con la spada sopra la testa per colpire, mi rivedo nella stessa identica posizione di quando alzavo la mazza per spaccare i massi: l’istruttore ci dice di non inclinare indietro la spada, con la mazza non c’era bisogno di dirlo, un eccesso d’inclinazione non avrebbe permesso il colpo. Si lanciava la mazza di ferro in capo al manico di legno come si lancia una canna da pesca e, per non “volare” dietro ad essa si tenevano i piedi ben piantati a terra, il corpo in asse e il colpo, accompagnato da un secco e deciso AAHH, si chiudeva sul masso spaccandolo in due. L’analogia con il colpo di spada è puntuale. Poi si sollevavano le pietre da terra sulla spalla e si adagiavano nella cassa del carro. S’imparava, senza l’ausilio di alcuna istruzione verbale, a compiere questi movimenti tenendo i piedi ben piantati a terra, la centratura e l’allineamento del corpo: era il peso della pietra a dire che quella era la modalità giusta di eseguire l’azione, perché l’unica a renderlo minimo. Ogni discostamento dall’asse avrebbe realizzato una leva archimedea e moltiplicato il peso. Caricato il carro, ci si sedeva, piedi penzoloni e schiena dritta, accanto alle pietre, si avviava la bestia accompagnandola con dei versi mentre si ascoltava il proprio corpo ristorarsi dalla fatica. Non la si chiamava meditazione ma lo era.
Nel Tejas Yana si fanno esercizi in cui ci si muove in sintonia con l’altro sino a coordinare i respiri. Mi rivedo con mio padre a trasportare il secchio colmo d’acqua, quindici chili circa, tenendolo da una parte e dall’altra con le braccia tese, senza versarne neanche una goccia. O sull’aia a stacciare il grano, in due a manovrare il setaccio: s’imparava a stare in asse, per non spaccarsi la schiena, ad agire in sintonia e in affiatamento e il ballo armonico dei chicchi dava la conferma della correttezza dei movimenti e dell’esecuzione.
Il lavoro non era esecuzione meccanica di movimenti ripetitivi e inconsapevoli come alla catena di montaggio delle fabbriche tayloriste ma conoscenza e dialogo tra persone, materia trattata, natura. L’aratura è un esempio emblematico. Due cavalle, l’aratro, i finimenti e un uomo tracciano nella terra umida solchi adiacenti e combacianti, l’uno accanto all’altro né un tantino più in là né un tantino più in qua: un sistema in cui l’azione di ogni singola parte influenza e viene influenzata dall’azione complessiva. L’uomo è attento al respiro delle cavalle, allo scricchiolio delle varie parti dell’aratro, al terreno, a eventuali ostacoli quali pietre (ché la campagna ragusana non è la pianura padana), ai segni della natura – il soffio del vento, il colore del cielo, le variazioni del clima, il movimento e il cinguettio degli uccelli, il comportamento degli animali al pascolo – al suo corpo, ai suoi piedi, alle scarpe che s’ingrossano di mota (per la perfezione dei solchi è costretto a stare sempre dalla parte del terreno arato). Spesso gli aratri erano due, uno davanti e uno dietro e il passo e il ritmo erano coordinati dal silenzio, dallo scricchiolio degli aratri, del proprio e dell’altro, dagli starnuti delle cavalle, dai versi di incoraggiamento che di tanto in tanto gli uomini davano alle loro compagne di lavoro. Avanti e indietro per una intera giornata e poi ancora un’altra e un’altra ancora per una settimana intera e anche due e anche tre, quando la giornata era fatta di dodici ore di lavoro.
Come faceva un uomo a sostenere tanta fatica?
La pratica del Tejas Yana mi ha suggerito un’interpretazione. La conoscenza dei movimenti da eseguire in un lavoro manuale o in una pratica sportiva, arriva dai sensi dell’udito e della vista attraverso le istruzioni orali e l’osservazione, si deposita nella mente che trasmette i comandi agli arti per l’esecuzione. Questi non sono esatti, non possono esserlo in quanto le istruzioni pervenute attraverso i sensi sono necessariamente parziali, in genere si concentrano sulle parti più esterne e formali dell’esercizio e non coinvolgono l’intero corpo, il bilanciamento del peso, il respiro. Con la reiterazione dell’esecuzione s’impara a fare sempre meglio ma si accumula fatica e questa può essere tale da indurre la mente ad andare via e a cessare l’attività. Se ciò accade, alla ripresa la mente continuerà a comandare non coinvolgendo mai tutto il corpo col rischio di apprendimenti distorti che possono anche portare a malformazioni corporee. Se invece l’attività non cessa perché la giornata di lavoro o la seduta, vanno fatte intere, si è in un momento topico. Il corpo si appropria dell’azione; impara ad agire con i movimenti essenziali, quelli che non danno dolori e coinvolgono nel modo corretto ogni sua parte; diventa una macchina ben coordinata e in grado di continuare ancora il lavoro o l’esercizio trovando l’energia laddove la mente non era riuscita a trovarne e impara a calibrarla, a dosarla, a risparmiarla. I piedi sono ben piantati a terra, il bacino poggia sulle gambe, le spalle sul bacino e la testa sulle spalle, i piedi premono contro la terra, la terra risponde [per il principio di azione e reazione della dinamica] e fa la sua propria parte come ogni muscolo senza sovraccaricarsi del lavoro degli altri, senza che i muscoli della schiena si sovraccaricano del mancato lavoro di quelli delle gambe. La mente allora ritorna non già per comandare ma per svolgere il suo ruolo precipuo che consiste nel garantire la presenza e la coscienza, per guardare vigile ciò che il corpo fa. Solo così si era in grado di sostenere, anche in età avanzata, tanta fatica e di compiere bene il proprio lavoro. Ciò aveva un riscontro positivo anche nelle relazioni sociali e non è un caso che i detti “uomo con i piedi ben piantati a terra” e “uomo con la testa sulle spalle” indicavano persona saggia ed equilibrata. Forse l’olismo mente-corpo era conosciuto prima ancora di essere stato nominato!
In ambiente cattolico si dice che il corpo è il tempio dello Spirito Santo e perciò va amato. Per il lavoratore il corpo è la macchina che trasforma energia muscolare in lavoro, in prodotti, in elementi per la vita. Il lavoratore ama il proprio corpo nel senso che lo tiene a posto, in efficienza, lo alimenta, sta attento a ogni piccola disfunzione per evitare che degeneri. Star lontano dai vizi capitali della gola e della lussuria non è virtù ma necessità. Il contadino che lavora non gode della natura come spettacolo, è in simbiosi con essa, asseconda e favorisce i suoi processi per riceverne nutrimento per il suo corpo che ritorna ad interagire con essa: il contadino, mente e corpo, è parte dei processi della natura, è parte del tutto, la sua anima è pacata, il suo corpo tempio dello Spirito Santo. Ovviamente in un lavoro libero, adeguatamente compensato e non abbrutito dallo schiavismo.
Il contadino non gode dell’albero come spettacolo, lo prende per quel che è, una macchina che trasforma energia chimica in frutti, e asseconda e favorisce questo processo togliendo i rami secchi e inutili e lo considera tanto più bello quanto più è in grado di fornire frutti buoni e abbondanti. Un olivo frondoso è meno bello di uno povero di frasche che consente di aerare le fronde produttive. L’uomo contadino rifugge dall’atteggiamento contemplativo e mistico, il suo rapporto con la natura non è a senso unico ma a doppio senso, dà e riceve da essa, è parte di essa, è in simbiosi con essa, la condiziona e ne è condizionato, favorisce certe colture, certe piante, certe erbe anziché altre e, nel corso di circa diecimila anni ha trasformato la faccia della terra e si è trasformato esso stesso. Perno basilare di tale colossale trasformazione è stato il corpo dell’uomo e delle bestie, macchina capace di trasformare energia chimica in energia muscolare e in lavoro. Il corpo tempio dello Spirito che ha trasformato il mondo! Spesso il lavoro era accompagnato da canti, vere e proprie forme di meditazione e di esercizi di respirazione.
Tutto questo fino al secolo passato, fino a cinquanta anni or sono. Ora si trasforma energia fossile; si usano le macchine e non più i corpi; si è spezzato quella forma di olismo, mente-corpo, e quel tipo di simbiosi con la natura sedimentati in millenni di storia; si vede il corpo come limite o come oggetto da viziare o da curare con le palestre e con i farmaci, l’incremento dei quali ha superato di gran lunga ogni altra produzione. Si scoprono le filosofie orientali mentre s’ignora il vissuto di armonia e di simbiosi, mente-corpo-natura, della cultura contadina, forse perché la CULTURA, quella tutta maiuscola, è figlia dell’otium.
Si dice che ci si è allontanati dalla natura ma anche l’energia fossile è natura, è frutto di eventi traumatici che hanno seppellito nelle viscere della Terra intere foreste trasformandole in carbone e petrolio e usarli non è andare contro natura.
La questione, a mio giudizio, sta nel fatto che, nella trasformazione dell’energia fossile e nucleare in lavoro e prodotti, il corpo umano e animale non può giocare alcun ruolo e ciò ha portato alla scomparsa delle bestie da soma e alla liberazione dell’uomo dalla fatica spesso eccessiva ma apre tre problemi, uno esistenziale: come ricostruire una nuova forma di olismo, mente-corpo, e un nuovo tipo di simbiosi mente-corpo umano-macchina-natura; uno globale: che sposta dalla dimensione locale a quella globale la questione etico-politica della divisione del lavoro e del reddito relativi alla trasformazione di questa grande quantità di energia; ed uno ecologico: come evitare che l’utilizzo dell’energia fossile non determini un disastro che “faccia il paio” a quello che l’ha generata.
Ragusa, 24 novembre 2008
Ciccio Schembari
Articolo pubblicato su: n. 105/2008 della rivista “OPPInformazioni”;
su “Oltre il naso” dell’Associazione Periagogè legata alla pratica del Tejas Yana;
su www.lacittaelestelle.it luglio 2009
sul n. 108/2014 “Il regno vegetale” della rivista online www.operaincerta.it
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