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Vann’Antò, classi “sbilanciate”: 12 alunni stranieri in una sezione, zero in un’altra. La protesta dei genitori
24 Set 2026 14:14
RAGUSA – Da zero a dodici. È la forbice che, secondo i dati messi nero su bianco da alcuni genitori, divide le cinque classi prime della scuola secondaria di primo grado Vann’Antò di Ragusa. In una sezione non ci sarebbe alcun alunno con cittadinanza non italiana o background migratorio, in un’altra sarebbero 12 su 22. Ed è proprio questa differenza a essere finita al centro della protesta delle famiglie.
La vicenda arriva in un momento particolarmente delicato, perché il tema della presenza degli studenti stranieri nelle scuole è diventato uno dei terreni più accesi del dibattito politico nazionale. Il governo si appresta infatti a introdurre un limite del 30 per cento nelle classi per gli studenti che non conoscono adeguatamente la lingua italiana, con deroghe e interventi di potenziamento linguistico. La misura è stata annunciata dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che nei giorni scorsi ha sostenuto che i bambini italiani non possano arrivare a sentirsi minoranza nella propria classe.
Meloni ha poi difeso il provvedimento richiamando anche le vecchie circolari emanate da Sergio Mattarella quando era ministro dell’Istruzione, sostenendo che già allora si invitava a evitare la concentrazione degli studenti stranieri nelle stesse classi. Il richiamo ha alimentato ulteriormente il confronto politico, con interpretazioni differenti sul significato di quelle disposizioni e sulla nuova misura proposta dal governo.
È dentro questo clima che la vicenda della Vann’Antò di Ragusa assume un interesse che va oltre il singolo istituto.
La protesta dei genitori
La contestazione, però, nasce da una questione precisa e riguarda la formazione delle classi.
Alcuni genitori hanno presentato alla dirigente scolastica Teresa Giunta una richiesta di riesame in autotutela, chiedendo anche all’Ufficio scolastico regionale e all’Ambito territoriale provinciale di Ragusa di essere messi a conoscenza della vicenda. La notizia è stata riportata da La Sicilia oggi in edicola.
Le famiglie chiedono soprattutto di conoscere quali criteri siano stati utilizzati per formare le cinque classi prime e hanno presentato una richiesta di accesso agli atti per poter verificare la documentazione relativa all’assegnazione degli studenti alle diverse sezioni.
Secondo i dati riportati nell’istanza, tutte le classi sarebbero composte da 22 alunni. Ma la distribuzione degli studenti con cittadinanza non italiana o background migratorio sarebbe molto diversa: nessuno nella 1ªB, cinque nella 1ªD, sei nella 1ªC, otto nella 1ªF e dodici nella 1ªE.
In totale fanno 31 studenti su 110. Ma è proprio il dato complessivo a non essere, secondo i genitori, il punto centrale della questione.
Il problema che pongono è la concentrazione.
Da una parte una classe con zero studenti appartenenti al gruppo indicato nell’istanza, dall’altra una sezione nella quale sarebbero 12 su 22, cioè il 54,55 per cento.
È questa differenza che le famiglie chiedono alla scuola di spiegare.
Nella loro istanza viene richiamata anche la circolare ministeriale n. 2 del 2010, che indicava come riferimento una presenza degli alunni con cittadinanza non italiana non superiore, di norma, al 30 per cento e raccomandava una distribuzione equilibrata tra le diverse classi.
Da qui la richiesta di verificare i criteri adottati e, qualora ne esistano i presupposti, di valutare un riequilibrio delle sezioni.
Non una richiesta di esclusione
C’è però un punto che nella discussione rischia di perdersi e che invece è fondamentale per comprendere la protesta.
La richiesta dei genitori, per come è stata formulata, non è una richiesta di esclusione degli studenti stranieri dalla scuola.
Le famiglie contestano la composizione delle classi e chiedono trasparenza sui criteri utilizzati. Il tema che pongono è quello dell’equilibrio tra le sezioni, non quello dell’opportunità che bambini di provenienze differenti frequentino la stessa scuola.
Ed è proprio qui che la vicenda locale si incrocia con una discussione nazionale molto più ampia.
Perché il tema della distribuzione degli studenti è una questione reale di organizzazione scolastica, ma il modo in cui viene raccontato nel dibattito pubblico può finire per modificare anche la percezione che si ha delle persone coinvolte.
Il rischio che la politica entri nelle aule
Una scuola non è soltanto una tabella nella quale distribuire numeri. È il luogo nel quale bambini e ragazzi trascorrono una parte importante della loro vita e imparano, anche attraverso la quotidianità, a stare insieme a persone con storie familiari, culture e lingue differenti.
È proprio questa convivenza che può diventare una forma di arricchimento reciproco: conoscere l’altro, confrontarsi, scoprire abitudini diverse, costruire relazioni che spesso diventano molto più semplici e naturali di quanto non siano le discussioni degli adulti.
Il rischio, in un clima nazionale nel quale la parola “straniero” è diventata, spesso a casaccio, uno dei punti centrali dello scontro politico, è che la categoria finisca per precedere la persona.
Un bambino potrebbe essere visto prima come “straniero” e soltanto dopo come compagno di classe. Una differenza di origine potrebbe diventare un motivo di distanza invece che una caratteristica, tra le tante, della persona che siede accanto.
Non è detto che questo stia accadendo alla Vann’Antò, anzi non ci sono elementi per sostenere che la protesta dei genitori sia stata provocata dal dibattito politico nazionale. La richiesta delle famiglie ha una sua precisa origine e riguarda la formazione delle classi.
Ma è difficile ignorare il contesto nel quale quella richiesta arriva.
Quando per giorni il dibattito pubblico parla di tetti, percentuali, classi “ghetto”, italiani che diventano minoranza e studenti stranieri da distribuire, il rischio è che una questione organizzativa venga caricata di significati che vanno molto oltre la scuola.
Il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara sostiene che il criterio della nuova norma sarà linguistico e non semplicemente legato alla cittadinanza, con l’obiettivo dichiarato di evitare concentrazioni che possano rallentare l’apprendimento e favorire invece l’integrazione. Il provvedimento dovrebbe prevedere anche deroghe e risorse per il potenziamento dell’italiano.
Ma proprio questa precisazione mostra quanto sia importante distinguere tra cittadinanza, origine, conoscenza della lingua e reale situazione didattica di ogni bambino.
Sono categorie che non coincidono necessariamente.
La scuola prima dello scontro
La questione che adesso si apre alla Vann’Antò dovrà essere affrontata quindi su un terreno concreto: quali criteri sono stati utilizzati? Sono stati applicati correttamente? È stata perseguita una distribuzione equilibrata? Esistono margini per modificare le sezioni?
Sono domande legittime, alle quali la scuola potrà rispondere attraverso gli atti e le procedure adottate.
Ma c’è anche una domanda più grande, che riguarda tutte le scuole e non soltanto quella ragusana: come evitare che il dibattito degli adulti finisca per cambiare il modo in cui i bambini guardano i propri compagni? Perché questo è il reale rischio.
Perché riequilibrare una classe, se necessario, è una questione organizzativa e didattica. Trasformare invece quel riequilibrio in una separazione tra “noi” e “loro” sarebbe qualcosa di completamente diverso.
La scuola ha il compito di garantire il diritto allo studio, sostenere chi ha difficoltà linguistiche e costruire condizioni didattiche adeguate. Ma ha anche il compito, forse ancora più difficile in questo momento, di insegnare a stare insieme senza che le differenze diventino automaticamente distanze.
E la vicenda della Vann’Antò, partita da una richiesta molto concreta dei genitori sulla composizione delle classi, finisce inevitabilmente per porre proprio questa domanda: come si può cercare l’equilibrio senza perdere quella capacità di convivere, conoscersi e arricchirsi reciprocamente che dovrebbe essere una delle funzioni fondamentali della scuola?
Ora la parola passa alla dirigenza scolastica, che dovrà chiarire i criteri adottati e rispondere alle richieste di accesso agli atti e di riesame presentate dalle famiglie. Saranno i documenti a spiegare come si sia arrivati a una classe con 12 studenti e a un’altra con zero.
Il resto, quello che riguarda il clima dentro e fuori dalle aule, è una responsabilità molto più ampia e riguarda tutti: scuola, famiglie, politica e informazione.
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