SE NE È ANDATO AL RITORNO DELLA DC

«So di essere di media statura ma…. non vedo giganti intorno a me»

Chissà se la causa della morte è la mediocrità dei protagonisti delle ultime vicende politiche oppure ha visto l’alba del ritorno della Democrazia Cristiana e non ha voluto aspettare l’aurora.

Sarà difficile fare delle ipotesi, come pure poter contare su un giudizio uniforme per l’uomo politico, in assoluto, più esaltato e più criticato dell’Italia repubblicana. Inevitabilmente, come è stato per anni, ogni citazione, ogni ricordo, ogni parola sull’uomo, sul politico, sullo statista risente della maggiore o minore condivisione delle sue posizioni politiche, delle visioni strategiche, del grado di simpatia che riusciva a suscitare.

Ma non si deve credere che i suoi estimatori fossero necessariamente del suo partito, anzi, forse, ne aveva di più al di fuori, basta guardare, per esempio come si occupa della morte di Andreotti europaquotidiano.it, testata che fa riferimento all’area cattolica del Partito Democratico, in pratica i figli della vecchia DC: l’articolo principale è affidato a Castagnetti, come se per la morte di un papa l’elegia fosse affidata a un diacono, e si arriva, addirittura, a inserire fra insulsi articoli sui rapporti fra il politico e la televisione una raccolta di commenti sulla morte del senatore a vita, non a caso intitolata “Lo stupidario sulla morte di Andreotti”, che raccolgono il meglio fra le prime esternazioni degli estimatori e i denigratori post mortem.

Si va dal sobrio commento a cinque stelle di Giulia Sarti «È morto Andreotti, il condannato prescritto per mafia», alle indecifrabili parole di Fabrizio Cicchitto, “Per lui la mediazione era l’essenza della politica e andava esercitata con tutti, dal Pci ai grandi gruppi economico finanziari agli alleati politici fino anche alla mafia tradizionale, mentre invece condusse una lotta senza quartiere contro quella corleonese”, per finire con l’elogio funebre di Licio Gelli : “L’unico al mondo che ha diritto di chiamarsi uomo e statista. Sono pochi gli italiani che lo ricordano e io ho un ricordo magnifico. Un uomo di quella statura lì non nasce più, oggi sono tutti mezze calzette. Lui ha fatto il suo dovere, ha usato i segreti per dare il benessere al popolo. I segreti li aveva, e se li è portati con sé: chi è un uomo se li porta dietro”.

In ogni caso tra i protagonisti indiscussi della vita politica italiana della seconda metà del XX secolo, tra gli uomini più importanti della DC, presidente del Consiglio per 7 volte, , senatore a vita, ha ricoperto numerosi incarichi di governo, 21 volte ministro, 6 volte sottosegretario.

La sua carriera politica iniziò al seguito di Alcide De Gasperi che di lui diceva : “«Un ragazzo talmente capace a tutto, che può diventare capace di tutto».

Papa Pio XII, il ‘Principe di Dio’, in persona, lo volle alla presidenza della Fuci, l’organizzazione degli universitari cattolici, al posto di Aldo Moro, dove l’assistente spirituale era il futuro papa Paolo VI

Eletto all’Assemblea costituente nel 1946, entrò in Parlamento nel 1948. Fu sempre rieletto alla Camera fino al 1991, quando fu nominato senatore a vita.

Fra i più votati di sempre fra i candidati della DC, era maestro nel muoversi fra i meandri delle correnti democristiane, i suoi più tenaci detrattori lo disegnavano come politico cinico e machiavellico, ma si deve dire che non riuscì comunque, mai, ad arrivare alla segreteria dl partito, né al Quirinale. Rappresentava l’ala più conservatrice e clericale della Dc, politicamente i suoi avversari interni erano i fautori del centrosinistra, come Moro e Fanfani. Di vastissima portata, ai livelli più alti della Curia romana, i suoi contatti con il Vaticano, come pure le relazioni internazionali che seppe coltivare con rare doti diplomatiche.

Più che i tratti della sua carriera politica, valgono a connotarlo episodi che hanno caratterizzato la sua vita terrena.

Come quando passava, in udienza papale, dei bigliettini al Santo Padre Pio XII per segnalargli di trattare argomenti che lo interessavano, venendo spesso accontentato.

Sono noti a tutti i passaggi epocali della vita repubblicana in cui Andreotti si ritrovò a recitare un ruolo da protagonista, che lo vedeva in prima fila più come uomo che come politico.

Fu il caso del rapimento Moro, in cui si ritrovò ad esercitare la linea della fermezza, attirandosi anche gli strali della famiglia del rapito, lo furono le sue vicende giudiziarie che lo videro accusato di essere mandante dell’omicidio di un giornalista a lui ostile, accusa da cui fu assolto, e di essere stato in contatto con la mafia per rapporti diretti con i capi, fra cui lo stesso Totò Riina con cui avrebbe scambiato un bacio, vicende da cui uscì, fra prescrizioni e assoluzioni, indenne.

Lui democristiano di ferro, cattolico convinto, fu il primo a stringere accordi con i comunisti dando vita al governo della ‘non sfiducia’, nel 1976, una formula che prevedeva l’astensione dei partiti dell’arco costituzionale.

Nel 2008 gli fu dedicato un film, “Il Divo”, che lo descriveva come responsabile di mille nefandezze. Andreotti voleva querelare il regista Paolo Sorrentino, poi lasciò correre, ricorrendo ad una delle sue fulminanti battute, diventate tutte famose: “una smentita è una notizia data due volte…”.

Andreotti aveva il dono indiscusso della battuta arguta, battute, frasi e aforismi sono diventati dei ‘must’, come «A pensar male degli altri si fa peccato. Ma spesso ci si indovina», «Non basta avere ragione: bisogna avere anche qualcuno che te la dia», «So di essere di media statura ma…. non vedo giganti intorno a me», «I Verdi sono come i cocomeri: verdi fuori ma rossi dentro» oltre alla ormai notissima “il potere logora chi non ce l’ha”

Più longevo politicamente della Regina Elisabetta d’Inghilterra, recentemente si gloriava dicendo : “Nel 1919 sono nati il Ppi di Sturzo, il fascismo e io. Di tutti e tre sono rimasto solo io».

Intensa fu anche la sua attività letteraria, introdotto dal grande editore Angelo Rizzoli che gli permise di   pubblicare la sua rivista “Concretezza” uscita tra il 1955 e il 1976. In 38 anni, con la casa editrice milanese, Andreotti ha pubblicato 39 titoli per un totale di 96 edizioni e di un milione e seicentomila copie.

Pensiamo di fare gradita al ‘Divo Giulio’, riprendendo il soprannome affibbiatogli dal regista dell’omonimo film, mentre ci guarda da lassù con il suo sorriso sornione, riportare l’ironico saluto di Wikipedia che, sia pure per poco, ha scritto “Giulio Andreotti (Roma, 14 gennaio 1919 – Roma IMMORTALE)”

E non possiamo mancare di riportare la sua lettera a Roberto D’Agostino, patron del sito Dagospia che, nell’ottobre del 2011 parlò di un fantomatico urgente ricovero del senatore Andreotti, in termini che facevano presagire una fine ormai imminente. Fu lo stesso Andreotti a rispondere con poche righe che racchiudevano il tratto beffardo e ironico del suo carattere: “In questi giorni mi giungono voci insistenti su un mio ricovero per aggravamento di salute. Capisco che molti attendono un mio passaggio a “miglior vita”, ma io non ho… fretta e ringrazio tutti coloro ai quali sta a cuore la mia salute e in particolare il Signore per l’ulteriore… proroga…”.

Questa volta se ne è andato veramente, qualcuno non sarà dispiaciuto, altri lo rimpiangono, altri ancora sperano che qualcuno dei suoi fedelissimi abbia fatto tesoro dei suoi insegnamenti.

 

C.P.

 

 

 

 

 

© Riproduzione riservata

Invia le tue segnalazioni a info@ragusaoggi.it