Sanremo ’26 io lo farei a Niscemi

La rubrica dello psicologo, a cura di Cesare Ammendola

“Sanremo 2026 a Niscemi. Firma anche tu!” 

Non mi si prenda alla lettera. Ma un po’ sì. 

Non è solo una provocazione culturale o politica, ma un potente dispositivo simbolico. Immaginare il Festival della canzone italiana trasferito in mondovisione su un palco affacciato sullo strapiombo – in sicurezza, certo – significa proporre uno spostamento psichico prima ancora che geografico: portare la festa nazionale dentro la ferita, la luce dentro la crepa.

L’idea che biglietti e proventi siano destinati al dramma di una città, di una regione, di una nazione, introduce un elemento riparativo. In psicologia, la riparazione non cancella il danno, ma lo riconosce e tenta di trasformarlo in responsabilità condivisa. Tutti devono vedere, perché ciò che resta invisibile tende a essere rimosso. E la rimozione collettiva, lo sappiamo, è uno dei meccanismi difensivi più potenti delle comunità: sposta altrove il dolore, lo traveste da leggerezza, lo anestetizza con l’intrattenimento.

Nell’immagine di un’Italia sospesa nelle sue contraddizioni convivono polarità difficili da integrare: la bellezza di una macchina quasi perfetta come le Olimpiadi e la vergogna dell’irresponsabilità di decenni; l’orgoglio organizzativo e la trascuratezza della cosa pubblica; la voglia autentica di solidarietà e la tendenza cronica alla distrazione. Quando queste polarità non dialogano, producono scissione: da una parte il luccichio delle platee, dall’altra l’abisso che non vogliamo guardare.

Trasferire la kermesse delle canzonette a Niscemi significherebbe sottrarre lo spettacolo alla funzione di “vetrina di distrazione di massa”. Non perché la musica sia frivola, ma perché può diventarlo quando è usata come schermo. 

Un Sanremo per restituire il giusto valore alle cose. Una casa a Niscemi oggi vale solo 25.000 euro? Diceva qualcuno al nord. Quindi non esageriamo con questa tragedia! In fondo è davvero poco. In effetti, un monolocale a Milano vale venti volte tanto. In Sicilia, una casetta malandata appesa ad un soffio di vento, in bilico su un precipizio, aggrappata all’ultima mano di sabbia? Vale 2 euro, quindi. E la sensibilità umana a quanto la date al chilo?

E comunque. Il problema non è la censura social al comico divisivo che, tra mille polemiche, ha detto che non andrà. Il problema è l’Italia che ride. Ride sempre (quando non si lamenta). Mentre dovrebbe interrogarsi. La risata, in sé, è un meccanismo sano; diventa difensiva quando serve a negare l’angoscia. Ridere per non sentire è diverso dal ridere per elaborare.

Un palco sullo strapiombo rappresenta, simbolicamente, la capacità di stare sull’orlo senza cadere. È l’immagine della resilienza matura: non la negazione del pericolo, ma la sua integrazione. In terapia, il cambiamento avviene quando si riesce a sostare nel disagio senza fuggirlo. Allo stesso modo, una nazione cresce quando accetta di guardare le proprie responsabilità senza cercare un capro espiatorio o un diversivo.

Le canzoni, si dice, risuonano più autentiche su un tappeto rosso che sa guardare in faccia l’abisso. L’arte acquista profondità quando si confronta con la verità emotiva del contesto. Non è un caso che molti dei brani più struggenti nascano da ferite personali o collettive: il dolore, se attraversato, diventa linguaggio condiviso. In questo senso, i fiori preferiscono le aspre ferite della terra ai vasi scintillanti in papillon. Crescono meglio dove il terreno è stato smosso.

Un Sanremo a Niscemi sarebbe allora un atto psicologico prima che mediatico: un invito a trasformare la vergogna in responsabilità, la distrazione in consapevolezza, la spettacolarizzazione in cura. Non per mortificare la festa, ma per darle spessore. Perché un Paese non è maturo quando non cade, ma quando sa sostare sull’orlo, guardare giù senza mentire a se stesso e scegliere, insieme, di restare.

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