Ragusa Ibla capitale, per tre giorni, della Cucina Identitaria - Ragusa Oggi

Ragusa Ibla capitale, per tre giorni, della Cucina Identitaria


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Food
18 ottobre 2020 15:34

Sono donne siciliane, palestinesi, israeliane, giordane ed egiziane. E tutte, hanno partecipato per tre giorni al primo progetto euro-mediterraneo sulla Cucina Identitaria denominato “Women for Collective Identities: Peace, Security, and Identitary Cuisine”, svoltosi dal 15 al 17 ottobre negli splendidi locali dove ha sede la Scuola Nosco, ovvero l’Antico Convento dei Cappuccini di Ibla. Il progetto è sostenuto dalla DGAP del Ministero degli Affari Esteri e dalla Cooperazione Internazionale (MAECI), nell’ambito del Terzo Piano di Azione Nazionale “Donne e Sicurezza”.
La produzione esecutiva del progetto è di Music Theatre International (M.Th.I.), in partenership con Prospettive Mediterranee, ERI (European Research Institute Onlus), Xenia/Scuola Nosco e altri partner associati, oltre ad avere il patrocinio della Rete Italiana per il Dialogo Euro-Mediterraneo (RIDE-APS), capofila della fondazione Anna Lindh-ALF in Italia e della Rete Italiana ALF.

Il progetto

Projetct Coordinator, Enrico Molinaro, presidente di Prospettive Mediterranee e Segretario generale RIDE, il quale ha iniziato la sua esperienza nel 1994 a Gerusalemme dove ha svolto il dottorato di ricerca presso l’Università ebraica: “In 10 anni di permanenza a Gerusalemme, ho aperto gli occhi sul conflitto arabo-israeliano. Tutto ciò che noi occidentali sappiamo, è sicuramente diverso da ciò che loro vivono”, ci spiega.
Romano d’origine, tornato in Italia nel 2004, inizia ad occuparsi di argomenti importanti e complessi e, soprattutto, del tema dell’identità, inteso nelle sue sfaccettature più svariate. Nel 2017 Molinaro ricrea la Rete che raccoglie il meglio delle città italiane, delle università e delle fondazioni, il cui ruolo principale svolto è quello di “pensatoio” e che ha uno scopo ben preciso: mettere insieme le forze per creare progetti proprio come quello che si è svolto in questi giorni a Ibla, “E’ la prima volta che Palestinesi e israeliani partecipano ad un progetto insieme e vi garantisco che non è cosa da poco”, ci racconta Molinaro. E in effetti non era per nulla scontato che questi Paesi, purtroppo in eterno conflitto, cooperassero fra di loro.
L’iniziativa ha, infatti, lo scopo di potenziare il ruolo delle donne nei processi decisionali e di pace sui temi della coesione sociale e della sicurezza e nei programmi di ricostruzione post-conflitto, promuovendo la loro partecipazione in tutti i settori della società. Fra i partner del progetto, anche l’European Researche Institute Onlus. Iskender Forioso ci spiega: “Lo scopo del nostro istituto è quello di far comprendere come l’ambiente e i territori siano la caratteristica fondante della cucina. La cucina, infatti, è legata ai territori e i territori sono abitati da persone. Per questo, la cucina è uno strumento di dialogo fra persone. La cucina accomuna le famiglie ed è un modo per portarsi dietro, sempre, la propria storia e la propria identità”.

La cucina identitaria

Come avvicinare l’altro? Con la cucina identitaria. A prima vista, potrebbe sembrare un concetto scontato, ma in realtà non è così. Con la parola cucina non s’intende la ricetta di un piatto, piuttosto tutta la catena alimentare che ha portato all’elaborazione di quel particolare tipo di dieta: l’alimentazione, la filiera agroalimentare, la famiglia e molto altro. E’ molto più, insomma, di un semplice scambio di ricette. Quando si parla di cucina identitaria, si parla di salute e di sostenibilità ambientale e di ciò che rende unico un Paese rispetto ad un altro. Allo stesso tempo, però, è anche un modo per trovare similitudini e per scambiarsi opinioni. E allora si scoprirà che tanto l’identità è forte, tanto più ci si apre agli altri: “Noi diciamo sempre: siate orgogliosi della vostra identità”, sorride Molinaro. Al progetto hanno partecipato una donna egiziana, una giordana, due palestinesi, due israeliane che, collegate via streaming e sotto la guida dello chef Giovanni Galesi, hanno lavorato insieme nei workshop. Durante le sedute, hanno cucinato piatti della loro tradizione, con ingredienti rigorosamente stagionali e, incredibilmente, l’occasione è stata propizia per il dialogo anche fra Paesi che, generalmente, non dialogano fra di loro, proprio come Israele e Palestina. Durante la mattina, invece, le donne hanno partecipato a dei workshop di pratiche filosofiche insieme a Diana Forlani, dove hanno parlato di loro stesse e delle loro esperienze: “Il cibo è diventato il veicolo per conoscere e condividere alcuni vissuti. E’ stata un’esperienza emozionante”, ci spiega Forlani.
“Non è un caso che il workshop è avvenuto qui, a Ragusa Ibla. E devo dire che l’atmosfera di ospitalità ci ha davvero incantato tutti. Questo esperimento ha dimostrato che il dialogo è possibile”, conclude Molinaro.

I workshop di cucina

I workshop di cucina sono stati affidati alle esperte mani dello chef Giovanni Galesi che, da sempre, è un noto sostenitore della cucina sostenibile e degli ingredienti stagionali: “Abbiamo strutturato i menù per i tre workshop a cui le donne straniere hanno partecipato seguendoci online. I piatti dovevano specificare l’identità culinaria”, ci racconta e aggiunge: “Abbiamo prediletto ingredienti che ci accomunavano, come ad esempio il Cous Cous. Loro, ad esempio, non sapevano che in Sicilia si cucinasse. Abbiamo spiegato loro che è nostro costume condirlo con il pesce, piuttosto che con la carne. Abbiamo recuperato delle ricette antiche, utilizzato ad esempio la semola di cuturro per preparare delle arancine e realizzato delle impanate di pollo e broccoli. Lo scopo era quello di creare un filo conduttore che avrebbe così facilitato il confronto. Ed è stato bello poter vedere le piccole differenze fra Paese e Paese utilizzando gli stessi ingredienti. Ad esempio, noi non utilizziamo il pomodoro con i legumi, mentre loro lo fanno, soprattutto con i ceci. Per me è stata un’esperienza veramente interessante e ritengo che il cuore del progetto sia stato raggiunto”, dichiara.
Durante la cena, abbiamo avuto modo di assaggiare proprio il cous cous preparato dallo chef Galesi e dalla Scuola Nosco: il primo piatto assaggiato è stato un cous cous di pesce, alla siciliana, il secondo un cous cous di verdure e il terzo un cous cous in versione dolce, una vera chicca: si tratta di una composizione che in arabo viene chiamata “Seffa” e che consiste in un dessert senza uova, latticini né zucchero raffinato: solo miele, frutta secca e cioccolato a scaglie. La conclusione perfetta di una cena perfetta.

Foto: Giuseppe Occhipinti


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