Eredità da 1,8 milioni contesa tra monache di Modica e nipoti della defunta

Un processo civile su cui pende richiesta di revocazione promossa da una congregazione di religiose e un processo penale che ha dichiarato prescritto il reato ipotizzato, ovvero falsità in testamento olografico. Le parti in causa sono la madre delle due nipoti di una anziana, e le monache di una Congregazione a Modica. Nel testamento, beni per 1,8 milioni di euro. 

LA STORIA

Due testamenti olografi, redatti dalla anziana, una donna semplice che ha messo da parte una fortuna con una vita morigerata: 1 milione e 800mila euro. I due testamenti, il primo ad aprile del 2005 in cui l’anziana aveva diseredato la nipote lasciando i beni alle monache della congregazione; il secondo del 2017 in cui veniva “revocata” l’intenzione di lasciare tutto alle monache nominando eredi universali le due figlie della nipote. L’anziana morì nel 2019 e dopo qualche mese, a novembre di quell’anno, venne reso pubblico il testamento del 2017. Si innescò un procedimento civile che accertò attraverso una consulenza, che il testamento del 2017 era stato effettivamente scritto di pugno dell’anziana mentre si inizia anche un procedimento penale in cui un’altra consulenza, in fase di indagine preliminare, ne avrebbe accertato la falsità producendo il rinvio a giudizio della madre delle due eredi. 

IL PROCEDIMENTO PENALE

Venerdì al Tribunale di Ragusa, l’udienza che doveva avviare il processo penale. Questioni preliminari: le monache si costituiscono parte civile attraverso l’avvocato Salvatore Poidomani. La difesa della donna rappresentata dall’avvocato Massimo Garofalo si oppone, obiettando anche sulla utilizzabilità di alcune intercettazioni per le quali non vi sarebbe alcun decreto autorizzativo e che comunque farebbero parte di un altro procedimento che riguardava l’anziana e altri soggetti. Il giudice monocratico ammette le monache alla costituzione di parte civile. Il pubblico ministero, se non vi sono stati atti interruttori, chiede la prescrizione del reato. La parte civile chiede la prosecuzione del processo, il difensore della donna, depositando consulenza e sentenza del Tribunale civile, chiede che la stessa venga prosciolta perché il fatto non sussiste o perché la sua assistita non lo ha commesso. 

LA SENTENZA

Il giudice dopo la camera di consiglio emette sentenza di non luogo a procedere per avvenuta prescrizione. È trascorso più tempo del massimo della pena prevista per questo tipo di reato (6 anni, a far data da novembre 2019) mettendo nero su bianco che, in sostanza, con due consulenze che hanno conclusioni diametralmente opposte, non è possibile entrare nel merito. Ora occhi puntati sul procedimento civile e sugli esiti della revocazione promossa dalle monache. Chi erediterà 1,8 milioni di euro? 

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