Quando l’odio annega l’umanità: i commenti sullo sbarco di Pozzallo sono uno specchio inquietante

C’è qualcosa di profondamente disturbante nei commenti apparsi sui social sotto i nostri articoli sullo sbarco di circa un centinaio di migranti a Pozzallo. Non è il dissenso, non è il dibattito sull’immigrazione, non è nemmeno la richiesta – legittima – di regole, controlli e gestione seria dei flussi. È altro. È la disumanizzazione sistematica di persone in mare. È l’augurio, neanche troppo velato, che quelle vite finissero inghiottite dall’acqua.

Nei commenti si è letto di tutto: persone descritte come rifiuti, parassiti, criminali per definizione; uomini, donne e forse bambini trasformati in “problema”, “invasione”, “minaccia”. C’è chi ha evocato il mare come soluzione finale, chi ha ironizzato sulla morte per annegamento, chi ha parlato di esseri umani come se fossero carichi indesiderati da respingere, affondare, cancellare. E tutto questo mentre era in corso un soccorso, con il maltempo in arrivo, con vite reali appese a una decisione.

Fa impressione, soprattutto, il cortocircuito morale: molti di questi commenti arrivano da persone che si professano cristiane, che parlano di Dio, di valori, di tradizione. Ma nei Vangeli non esiste nessun passaggio che giustifichi l’odio verso chi sta morendo in mare. Non esiste nessuna fede che possa legittimare l’augurio della morte. Qui non siamo davanti a una divergenza di opinioni: siamo davanti a una perdita di umanità.

Sia chiaro: discutere di immigrazione è legittimo. Dire che i flussi vadano governati, che l’accoglienza non possa essere improvvisata, che servano rimpatri per chi non ha diritto a restare, è una posizione che può essere condivisa anche da chi difende i diritti umani. Migrazione non significa anarchia. Ma tra il dire “servono regole” e l’augurarsi che delle persone anneghino c’è un abisso etico.

Un abisso che non nasce dal nulla. Negli ultimi anni una parte della politica, soprattutto a destra, ha costruito consenso cavalcando la paura, parlando alla pancia dell’elettorato e riducendo la complessità a uno slogan tossico: migrante uguale criminale. Ogni sbarco diventa una minaccia, ogni volto una colpa preventiva, ogni barcone un bollettino di guerra. In questo racconto distorto non esistono persone che fuggono da guerre, persecuzioni, fame o sopraffazioni: esistono solo “stupratori”, “assassini”, “delinquenti” ancora prima di toccare terra.

Questo linguaggio, ripetuto ossessivamente, produce effetti. Normalizza l’odio. Rende accettabile augurare la morte. Trasforma il soccorso in mare – che è un obbligo giuridico e morale, non un’opinione – in un atto da contestare. E quando l’odio diventa normale, il passo successivo è la barbarie.

Eppure, accanto a questi commenti, ce ne sono stati altri. Commenti di persone che hanno ricordato cosa significa il mare, cosa significa morire lentamente tra le onde. Di chi ha chiesto semplicemente di salvare quelle vite prima di qualsiasi altra discussione. Di chi ha invitato a immaginare un figlio, un nipote, una persona amata su quel barcone. Sono voci che resistono, che non urlano, ma che tengono in piedi l’idea stessa di comunità.

Il punto è questo: una società può discutere di tutto, tranne che del valore della vita umana. Prima si salva, poi si governa, poi si decide. Senza questo ordine non c’è politica, non c’è Stato, non c’è civiltà. Solo rabbia.

Pozzallo non è solo un porto. È uno specchio. E quello che abbiamo visto riflesso nei commenti fa paura. Perché se arriviamo ad augurarci che qualcuno muoia in mare, il problema non sono più i migranti. Il problema siamo diventati noi.

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