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NANOPARTICELLE CONTRO L’ALZHEIMER
15 Ott 2014 16:20
Sulla rivista The Journal of Neuroscience sono stati pubblicati i risultati di un importantissimo studio italiano condotto dall’Università Milano-Bicocca e dell’IRCCS di Milano (Multi-functional liposomes reduce brain β-Amyloid burden and ameliorate memory impairment in Alzheimer’s disease mouse models).
I ricercatori hanno messo a punto una classe di nanoparticelle, denominate Amyposomes, capaci di rimuovere le placche amiloidi dell’Alzheimer.
Un risultato sicuramente entusiasmante, anche se ancora nelle fasi di sperimentazione in laboratorio.
La ricerca ha dimostrato che queste nanoparticelle hanno ridotto significativamente le placche di proteina beta-amiloide nel cervello di topi con Alzheimer.
I risultati si sono potuti apprezzare grazie alla PET, sofisticata tecnica di bioimaging.
Non solo si è osservata una progressiva eliminazione delle placche beta-amiloidi, ma, cosa molto importante, i frammenti tossici di questa proteina (che man mano venivano asportati) sono stati ben metabolizzati da fegato e milza. Dopo tre settimane di terapia si è potuto appurare, tramite un test di riconoscimento degli oggetti, il recupero delle condizioni cognitive dei topi.
Lo studio “però” (come moltissimi altri) ha quindi avuto come modello quello animale.
In questi casi si induce artificialmente la patologia nelle cavie sulle quali si testano successivamente i potenziali farmaci e le terapie. Sottolineo che questa pratica è ormai sempre meno accettata dall’opinione pubblica costituendo, per una società civile, un baluardo etico insormontabile. Inoltre tali test sono ritenuti di dubbia o inefficace valenza nella successiva traslazione ed applicazione al modello umano: ciò non solo per le organizzazioni antivivisezione ma anche per eminenti scienziati.
Infatti la sperimentazione sull’uomo ci deve essere sempre e comunque.
Anzi non sempre i risultati tra i due modelli sono sovrapponibili!
A tal proposito, contemporaneamente, giunge la notizia di un’innovazione sui cui principi la Medicina, secondo buona parte della comunità scientifica, dovrà necessariamente incamminarsi e non solo per motivi bioetici.
Al Massachusetts General Hospital di Boston i ricercatori hanno messo a punto un modello in vitro del cervello umano (“Alzheimer’s in a Dish”): su una particolare matrice di gel sono stati coltivati dei neuroni umani il cui DNA presenta determinate mutazioni genetiche per riprodurre un tessuto con le caratteristiche della malattia di Alzheimer (Nature, published online 12 oct 2014; A three-dimensional human neural cell culture model of Alzheimer’s disease).
Le cellule si sono sviluppate creando un modello tridimensionale e presentando le caratteristiche tipiche della malattia neurodegenerativa quali placche amiloidi e ammassi neurofibrillari. Ovviamente tale modello manca dell’estrema complessità di un vero cervello umano: mancano tantissime altre classi cellulari e soprattutto quelle del sistema immunitario.
Si tratta però di un’ottima base di partenza per sperimentare nuovi farmaci, un netto e rivoluzionario approccio alla sperimentazione in vitro e non più in vivo sugli animali.
Infatti già i ricercatori hanno iniziato a testare su questo nuovo modello le prime molecole contro l’Alzheimer e proseguiranno con le centinaia e centinaia di altre ritenute potenzialmente terapeutiche. Si potranno eseguire migliaia di sperimentazioni direttamente su un tessuto “umano” senza infliggere sofferenze e torture agli animali, ricordiamolo esseri senzienti come gli esseri umani.
Se si destinassero fondi e sforzi in tal senso, la ricerca man mano riuscirebbe a mettere a punto modelli di tessuti umani in vitro sempre più completi e complessi in modo da riprodurre quanto più realisticamente possibile quelli dell’organismo; a tal punto i test raggiungerebbero un elevatissimo “significato” e sopratutto avrebbero una valenza specie-specifica ineccepibile.
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