Milano città dei milionari: la lezione per Ragusa

A Milano oggi c’è il più alto tasso di milionari al mondo: secondo l’ultimo rapporto Henley & Partners, riportato dal Sole 24 Ore, un milionario ogni 12 abitanti, più di New York (uno ogni 22) e di Londra (uno ogni 41). Ancora più sorprendente è la presenza di centimilionari: Milano ne conta quasi quante nel Principato di Monaco, e la città è vista come polo in crescita per ricchezze globali.

È un’immagine di prosperità estrema che, letta così, può sembrare lontanissima dalla quotidianità di molti italiani (e di molti residenti a Milano stessa), eppure fotografa un andamento reale: grandi capitali, attratti da finanza, moda, servizi di alto livello, si concentrano in poche metropoli globali. Per dire: lunedì cominciano le sfilate delle grandi case di moda uomo, tra 20 giorni inaugurano le Olimpiadi invernali Milano-Cortina e così via: il calendario degli eventi è senza sosta.

Ma che cosa ci dice questo fenomeno osservato a Milano rispetto alla condizione economica della nostra provincia? Ragusaoggi.it ha raccontato negli ultimi mesi una realtà diversa, fatta di costi della vita più bassi, ma anche di economie meno dinamiche.
Prendiamo il dato del costo della vita: a Ragusa vivere costa circa il 40% in meno che a Milano, soprattutto per l’abitazione, il trasporto e i servizi. Può sembrare un vantaggio, ma va evidenziato come questo risparmio sia spesso l’altra faccia di uno sviluppo economico più debole, con stipendi che non tengono il passo, costi dei servizi più contenuti ma opportunità lavorative anche molto più limitate.
Non diversamente, l’analisi del PIL pro-capite colloca Ragusa molto sotto la media nazionale e ben lontano dai livelli di città come Milano: qui il reddito prodotto per abitante è inferiore alla media italiana, nonostante un leggero miglioramento nel recente biennio.

Dunque, Milano attira ricchezza, investimenti e persone con grande potere d’acquisto, mentre nel ragusano la ricchezza resta diffusa in maniera molto più contenuta, con redditi inferiori e una minore capacità di attrarre capitale esterno. È un “dualismo” che si riflette anche nel mercato immobiliare: se da un lato la casa a Ragusa è più accessibile, dall’altro il valore patrimoniale degli immobili – e dunque la ricchezza accumulabile attraverso la proprietà – è infinitamente inferiore rispetto alle grandi città del Nord. E non è solo questione di numeri. Abbiamo scritto come i ragusani non stiano risparmiando più come un tempo, a causa di costi fissi crescenti e salari che non garantiscono margini di accumulo significativi. Gli oltre sette miliardi tenuti nelle banche del ragusano, tra conti correnti e titoli, soddisfano di più i già ricchi del territorio, mentre la classe media fra sempre più fatica.

Questi confronti – dati alla mano – mettono in luce non tanto una distanza di “status” tra Milano e Ragusa, quanto una differenza strutturale tra due modelli di economia territoriale. Milano è uno dei centri più ricchi del pianeta, attrattore di capitali, mentre Ragusa resta parte di un Mezzogiorno che fatica a trasformare i propri vantaggi competitivi (costo della vita, qualità ambientale) in vero sviluppo economico.

La domanda che si impone è semplice, ma cruciale: come può Ragusa creare le condizioni per trattenere e attrarre ricchezza reale, e non solo consumatori di servizi locali? Se Milano ci dà un esempio di concentrazione di capitale, Ragusa deve ripensare al proprio modello di crescita, mettendo al centro investimenti, innovazione e opportunità per i giovani, perché la ricchezza non sia solo misura statistica, ma concreta possibilità di vita per chi sceglie di restare (o tornare) a casa.
Ragusa non è povera, ma nemmeno davvero ricca. È una provincia che produce reddito, ma poco valore aggiunto; che lavora molto, ma accumula poco; che costa meno, ma offre anche meno opportunità. Il problema non è l’assenza totale di ricchezza, bensì la mancanza di un motore capace di trasformarla in crescita strutturale.
Sia chiaro: Ragusa non diventerà un hub finanziario né un polo manifatturiero pesante. Pensare di attrarre “grandi capitali” sul modello milanese è irrealistico. Il punto, piuttosto, è rafforzare ciò che già esiste, trasformandolo.
Agricoltura, agroalimentare, turismo e logistica leggera sono i settori naturali del territorio. Ma oggi producono redditi bassi perché restano poco integrati, poco innovativi e scarsamente internazionalizzati. Il salto di qualità passa dalla trasformazione dei prodotti, dal marchio, dalla distribuzione, non solo dalla produzione.
Il turismo nel ragusano cresce, ma resta fragile: pochi mesi l’anno, lavoro precario, bassa spesa media. Basta pensare a quanto successo negli ultimi anni all’aeroporto di Comiso, oggi ancora vergognosamente sotto dimensionato. Non servono numeri enormi, ma visitatori che spendano di più e restino di più, creando reddito diffuso e non solo i picchi estivi, tra l’altro “drogati” dal ritorno dei ragusani che vivono ormai altrove.
I redditi crescono nominalmente, ma non abbastanza da trattenere giovani qualificati. E senza capitale umano non arriva nemmeno quello finanziario. La provincia deve puntare su formazione tecnica e digitale, professioni legate a servizi avanzati, lavoro da remoto come opportunità reale: Ragusa può essere un luogo dove si vive bene e si lavora per il mondo, ma servono infrastrutture digitali e servizi che ancora non riusciamo a offrire.
Milano ha un milionario ogni 12 abitanti. Ragusa non li avrà mai — e forse non ne ha bisogno. Il vero obiettivo dovrebbe essere una classe media solida, capace di risparmiare, investire, consumare e progettare il futuro. Se sul risparmio e sull’immobiliare le famiglie accumulano poco, l’economia non cresce. Servono redditi dignitosi, servizi efficienti e stabilità. Non poche, grandi fortune.

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