Midterm, perché il voto americano dà sollievo anche in Sicilia: lo psicologo spiega

Midterm, perché il voto americano dà sollievo anche in Sicilia: lo psicologo spiega

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La rubrica dello psicologo, a cura di Cesare Ammendola

Premessa doverosa: qui nessuno giudica nessuno. Si osserva un fenomeno, come un entomologo davanti a una falena che discute con la lampadina. Il fenomeno è che da ieri, a Roma come a Siracusa, molte persone che non voteranno mai in Ohio hanno l’aria di chi ha appena posato una valigia pesante.

I fatti, in breve. Nelle elezioni negli Stati Uniti di metà mandato, i Democratici hanno conquistato sia la Camera sia il Senato, anche se i conteggi forse sono ancora in definizione. Gli analisti collegano l’esito al malcontento per la guerra con l’Iran, la benzina più cara e le ansie economiche. Il vicepresidente Vance ha attribuito le perdite repubblicane alla guerra, mentre Trump ha preso le distanze da un risultato definito deludente. Il presidente, dal canto suo, ha sempre difeso la guerra come necessaria per impedire all’Iran l’arma nucleare e i dazi come un prezzo che nel lungo periodo si rivelerà giusto. Rivendicava anche successi, come il calo dei prezzi di uova, burro e articoli scolastici. Ognuno ha la sua versione, e ognuna ha i suoi elettori.

Veniamo alla psicologia. Il sollievo non è gioia: è la distensione di un muscolo rimasto in allerta per mesi. Si prova quando un’incertezza si scioglie, anche solo in parte, e a rilassarsi non è la realtà ma l’attesa. Leopardi ne fece un capolavoro intitolato «La quiete dopo la tempesta», senza sapere che duecento anni dopo la tempesta sarebbe stata un ciclo di notizie e la quiete un aggiornamento dell’app.

Perché però anche in Sicilia? Perché il carovita è un linguaggio universale. Chi guarda il prezzo alla pompa con la devozione con cui si consulta un oroscopo sa che i conflitti lontani arrivano nel serbatoio, nel carrello della spesa e nella bolletta. Con una guerra di mezzo e il prezzo dell’energia sullo sfondo, l’americano e il siciliano condividono un’angoscia cognitiva identica: la sensazione di non controllare ciò che determina il proprio quotidiano. L’esito elettorale offre allora un’illusione consolante, quella che qualcuno, finalmente, possa frenare chi guida.

Si chiama speranza per procura: delegare a un evento remoto la riparazione di un malessere vicino. È umana, è comprensibile, ed è anche un po’ ottimista. In Europa, riferiscono le agenzie, le aspettative restano basse: si dubita che una netta vittoria democratica cambierebbe molto. Il sollievo, insomma, viene prima dei fatti, come l’ombrello aperto prima che la pioggia si decida a smettere.

Vanno ricordati anche quelli che non sono sollevati affatto. Molti milioni di elettori hanno votato altro, e per loro questa mattina ha un altro colore, con le sue ragioni e la sua stanchezza. Il pendolo, del resto, non ha ideologia: oscilla, e ogni volta metà del pubblico ha l’impressione di respirare mentre l’altra metà trattiene il fiato. Il bias di conferma lavora ovunque con zelo sindacale, e chi ora esulta ha un debito di umiltà con se stesso, perché anche chi oggi è sollevato sarà un giorno chiamato a risolvere i problemi, non solo a commentarli.

Forse il vero fenomeno non è il sollievo per un nome o contro un nome, ma il bisogno antico di credere che le cose possano ancora cambiare. Quello, in qualunque emisfero e a qualunque latitudine, resta il più sano dei sintomi.

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