L’onestà? Che minciata!  È la disonestà il problema?

L’onestà? Che minciata! È la disonestà il problema?

Decidi tu come informarti su Google.
Aggiungi RagusaOggi alle tue Fonti preferite. Quando cercherai una notizia, ci troverai più facilmente.
AGGIUNGI

Ho sentito, da un famoso giornalista d’ispirazione liberale, che Benedetto Croce non pretendeva, dal suo sarto e dai politici, onestà bensì professionalità. Concordo perfettamente. A che serve pretendere l’onestà dalle persone?! Negli incontri, siano essi di affari, di lavoro, di sentimenti, con le altre persone si pretende, in genere, l’onestà sol perché non ci si è sufficientemente attrezzati rispetto alla questione trattata. Se si hanno chiari e precisi i termini dell’interscambio con le altre persone e ciò che ci si aspetta, gli altri potranno anche tentare di fregarci, ma non ci riusciranno. Non è questione di onestà bensì di professionalità reciproca.

Il sarto deve saper fare il suo mestiere ma anche il cliente deve saper fare il suo mestiere di cliente. Se si è sprovveduti il rischio di uscire beffati, danneggiati, delusi dagli incontri con gli altri è alto. Dice un proverbio: a fera vacci e stacci ca i minciuna vanu e vienunu (alla fiera vacci e stacci che i minchioni vanno e vengono). Non è l’esaltazione della disonestà ma la rappresentazione di quelle situazioni in cui taluno, avendo un prodotto scadente e non avendo fretta di vendere, si sofferma alla fiera in attesa che passi qualche minchione disposto a pagarlo caro e magari andarsene a casa convinto di aver fatto un buon affare.

Certo, l’onestà, quando c’è, è meglio. Un altro proverbio dice: co rittu nun ci fari patti, co stuortu nun ci aviri parti (con la persona corretta non ci fare patti, con quella scorretta non ci avere parte) nel senso che con la persona corretta si possono anche non definire esattamente tutti i particolari, l’accordo si troverà sempre e viceversa con quella scorretta, ancorché si definisco tutti i dettagli, si avranno sempre grane per cui è meglio non averci parte, società, contatto. In altre parole è meglio incontrarsi con i dritti anziché con gli stolti. Questo è ovvio.

Ma l’onestà degli altri non è il problema anche perché su questa non si può intervenire. Il problema è invece la propria adeguatezza alla situazione oggetto dell’interscambio con gli altri. Su questa invece si può intervenire. Spesso si grida contro la disonestà degli altri per non guardare la propria infingardaggine, per non farsi l’esame di coscienza verso la propria ignavia, la propria inerzia, la propria passività, il proprio infantilismo. Il titolo, volutamente provocatorio, non vuole essere un dileggio dell’onestà e delle persone oneste, ci mancherebbe altro, ma un giudizio d’inutilità del parlare attorno all’onestà che sarebbe bene che ci fosse e che invece non c’è. Discorrere in questi termini non porta a risultati concreti.

In politica è la stessa cosa. Ci si è sguazzati, durante tangentopoli, nel dileggio dei potenti, a che è servito?! C’è chi ci gode nel dileggiare e c’è chi lo sa e scrive libri pieni di dileggi e ottiene, buon per lui, successo editoriale. A me non interessano i dileggi. Spesso ci vedo dietro l’invidia degli ignavi. Come in chi si scandalizza (almeno fino a qualche anno fa) nel vedere due innamorati baciarsi in strada: non è senso del pudore, è invidia, spesso se non sempre. Il problema, anche in politica, consiste nel sapere esattamente e precisamente cosa si vuole dalla politica al di là del generico stare meglio, stare bene e del pretendere che si facciano le cose giuste.

Giuste per chi? Il problema non è votare la persona onesta. Il problema è, in quanto singoli e, trattandosi di politica, in quanto parte della società, sapere chiaramente, concretamente e precisamente ciò che dalla politica si pretende e, quindi, votare la persona che sappia dare ciò che si vuole. Se si sa bene questo, si capisce che, proprio per la complessità delle questioni politiche, l’aspettativa non può essere rivolta al singolo politico ma all’intero gruppo dirigente di un partito. Perciò è secondaria e fuorviante la rivendicazione dell’espressione delle preferenze.

Non è nostalgia del vecchio “centralismo democratico” del P.C.I. ma chiaro, corretto e sano rapporto tra cliente e fornitore. Dall’azienda che fornisce un servizio si pretende che questo sia buono ovvero rispondente ai requisiti precisati e contrattati e non si pretende giammai di indicare ed eleggere i dirigenti di quell’azienda. Si genererebbe confusione. Non serve pretendere (senza per altro averne spesso le competenze) di indicare chi e come deve svolgere il servizio ma serve invece sapere le specifiche e le caratteristiche del servizio e controllare e pretendere che queste siano rispettate.

Questo va fatto invece di cianciare su onestà e disonestà e di indignarsi (è pura indignazione o c’è una punta d’invidia?!) per le tangenti. Pagare la tangente, per uno che sa bene ed esattamente ciò che vuole da quella particolare funzione dell’amministrazione statale, è come pagare, almeno sotto il profilo contabile, il proprio agente! Perciò le imprese continueranno a pagarle e ci sarà sempre, come c’è sempre stato in ogni epoca e in ogni latitudine, chi continuerà a intascarle. Specie se tra lo stipendio dei funzionari e l’utile delle imprese c’è un divario enorme. Come per esempio nella sanità.

Purtroppo le ciance sono a buon mercato, non richiedono fatica e, soprattutto, fuorviano dalla necessità di mettersi in discussione. Perciò sono diffuse. Precisare e controllare le specifiche e le caratteristiche concrete di ciò che si pretende dalla politica richiede invece impegno e soprattutto fare i conti con se stessi e abbandonare la pretesa di avere botte piena e moglie ubriaca ovvero pretendere sempre più servizi e sempre più costosi e pagare meno tasse.

In altre parole io ritengo che il problema della politica e della democrazia, in Italia e non solo, consista, in questo momento del percorso della storia dell’umanità, nell’uscire dalla fase infantile per entrare in quella adulta e responsabile.

Un’ultima annotazione. Cosa ne pensereste di uno che ammassando una quantità enorme di danaro dentro una stanza, si lamenti poi che in diversi abbiano l’idea di scassinarne la porta? Che è uno sprovveduto! Cosa è lo Stato centrale se non un ammasso enorme di risorse finanziarie?!

Ragusa, 12 marzo 2010

                                                                                               Ciccio Schembari

 

Articolo pubblicato sul n. 56/2010 “L’assenza” della rivista online www.operaincerta.it

 

© Riproduzione riservata

Invia le tue segnalazioni a info@ragusaoggi.it