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Le vere intelligenze artificiali in Sicilia erano le nostre nonne
21 Mag 2026 08:30
La rubrica dello psicologo a cura di Cesare Ammendola
l Deja Vu nell’Era dei Dati: premonizioni e sincronicità al tempo degli algoritmi.
Come Jung avrebbe reagito sapendo che la sua teoria più mistica è oggi spiegata da un server farm in Oregon?
C’è un momento preciso in cui la razionalità capitola. È quando stai pensando a una persona che non senti da anni e il telefono vibra: è lei. Oppure quando sogni un treno che deraglia e il giorno dopo leggi di un incidente ferroviario. In quel preciso istante, qualcosa nel cervello scatta, quella sensazione acuta, quasi fisicamente piacevole, di essere stati toccati dall’invisibile. Di sapere prima.
Benvenuti nel territorio più ambiguo della psicologia umana: quello delle premonizioni e della sincronicità. Un territorio che Carl Gustav Jung esplorò con la stessa serietà con cui un altro avrebbe studiato le nevrosi, e che il terzo millennio ha trasformato in un campo minato di interpretazioni, app di sogni e thread su Reddit.
Jung coniò il termine “sincronicità” nel 1952, con la prudenza di chi sa di star camminando sul ghiaccio sottile. Significativa coincidenza tra uno stato psichico e un evento esterno, senza nesso causale apparente. L’anello che si trova nel momento in cui si pensa al defunto. Il libro che cade aperto alla pagina esatta. La telefonata che arriva mentre si forma il pensiero. Fenomeni che la scienza classifica sbrigativamente sotto “bias di conferma” e “selezione attentiva”, cioè: noterai i casi che confermano la premonizione, dimenticherai gli altri mille in cui non è successo nulla. Ed è qui che il terzo millennio introduce una complicazione elegante e un po’ imbarazzante: e se avessimo ragione entrambi?
Gli algoritmi di raccomandazione, i pattern di comportamento digitale, i big data: oggi una macchina può “premonire” con discreta precisione quando stai per comprare qualcosa, quando romperai una relazione, persino quando ti ammalerai, analizzando segnali che la tua coscienza non ha ancora elaborato. Il tuo inconscio, insomma, lascia tracce digitali misurabili. Jung non aveva torto sull’esistenza di processi psichici profondi che precedono la consapevolezza. Aveva solo sbagliato il modello fisico di fondo.
Le premonizioni, nella loro versione più documentata, funzionano probabilmente così: il cervello è una macchina predittiva di straordinaria raffinatezza, che elabora migliaia di micro-segnali ambientali molto prima che ne siamo coscienti. Quella “sensazione” che qualcosa stia per accadere è spesso elaborazione inconscia di dati reali (il tono di voce dell’amico, i pattern climatici, la microespressione del collega). Niente di soprannaturale: intelligenza evolutiva che fa il suo lavoro in silenzio.
Eppure, e qui sta il fascino irriducibile della questione, questa spiegazione non soddisfa del tutto. Perché alcune premonizioni riguardano eventi genuinamente impossibili da anticipare. Perché certe coincidenze hanno una densità simbolica che sfida la statistica fredda. Perché l’essere umano del ventunesimo secolo, iperconnesso e razionalista di giorno, di notte sogna ancora in simboli archetipici e al mattino cerca conferme nei tarocchi online.
La vera sindrome del terzo millennio non è crederci troppo, né non crederci affatto. È il disagio di chi sa benissimo che esiste il bias di conferma, lo riconosce, lo studia e poi telefona all’amico per dirgli: “Sai che stavo pensando a te proprio adesso?”
La psicologia contemporanea ha smesso di liquidare questi fenomeni con un’alzata di spalle accademica. La ricerca sui processi predittivi inconsci, sulla cognizione incarnata, sulla memoria prospettica suggerisce che il confine tra “presentimento razionale” e “premonizione” sia meno netto di quanto la cattedra di Metodologia della Ricerca vorrebbe. Non siamo macchine trasparenti a noi stesse. L’inconscio esiste, anche se si chiama “elaborazione subliminale”, e abita un paper peer-reviewed invece che un sogno ad archetipo libero.
Jung sarebbe probabilmente soddisfatto e un po’ vendicato. Avrebbe anche, con tutta probabilità, un profilo su qualche social network dove posta coincidenze notevoli con didascalie criptiche. E noi, figli schizofrenici di Cartesio e di TikTok, continueremmo a mettere like, convinti, in fondo, che non sia solo un caso. Perché così ci hanno insegnato le nostre nonne, le formidabili intelligenze artificiali del millennio scorso.
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