LE STAGIONI TEATRALI

LE STAGIONI TEATRALI

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Ogni anno tornano puntuali come primavera, estate, autunno e inverno, anche le stagioni teatrali. Ce n’è di tutti i tipi e di tutti i gusti: lirica, concerti, balletti, prosa, al chiuso, all’aperto, invernali, estive, a pagamento, a prezzo ridotto, a gratis. C’è arte, c’è musica, c’è spettacolo, c’è tradizione, c’è storia, c’è tanta gente che ci lavora, c’è tanta gente che ci va. Ma chi paga?

Tutte le stagioni teatrali, come tutte le manifestazioni culturali, ricevono finanziamenti, più o meno consistenti, da parte dello Stato e degli Enti Locali. In nome della CULTURA, tutta maiuscola, ovviamente! Ma i soldi allo Stato e agli Enti Locali chi glieli dà? I contribuenti, ovviamente! Ciò significa, detta con le parole dell’aritmetica, che i costi delle stagioni teatrali e delle manifestazioni culturali sono più alti rispetto agli incassi al botteghino ovvero coloro che vanno a godersi spettacoli e gran galà, li pagano meno di quanto costano. E la differenza chi la paga? I contribuenti, ovvero coloro che non vanno agli spettacoli. Vi pare una cosa giusta! Ma è in nome della CULTURA! Ma che cultura è quella in cui i poveri pagano gli spettacoli ai ricchi?! Ma è stato sempre così! Beh sì, in effetti, è stato sempre così!

Si è fuori dal mercato con conseguenti distorsioni quali: l’erogazione dei fondi pensando al mantenimento e all’incremento di particolari consensi elettorali; la lievitazione dei cachet; gli sprechi e gli scandali nella gestione degli enti culturali; il diffuso senso di svalutazione dei prodotti culturali proprio perché fruiti al di sotto del loro costo ed anche a gratis; . . .

Questa politica ha generato nella gente un atteggiamento alquanto bipolare rispetto ai prodotti culturali: o è disposta a pagarli molto o a pretenderli gratuiti. L’altra sera ho ascoltato un concerto, con due musicisti venuti da fuori, all’interno di una rassegna totalmente gratuita. A metà spettacolo l’organizzatrice ci ricordò di ringraziare il sindaco e gli assessori Tizio e Caio in quanto la rassegna s’era potuta organizzare grazie al loro intervento. Io chiesi il perché. Dice: «Perché hanno sponsorizzato la rassegna». Dico: «Ma i soldi li hanno tirato fuori di tasca loro o li hanno presi dal bilancio?». «Dal bilancio». «Allora dobbiamo ringraziare i contribuenti non presenti». «Ma la rassegna è un evento culturale importante». «Non mi pare che il sindaco, gli assessori, gli organizzatori ci attribuiscano poi così tanta importanza». «Cosa intende dire?». «Intendo dire che se ci avessero attribuito importanza avrebbero previsto la disponibilità dei qui presenti, circa quattrocento tutti benestanti e già sensibilizzati, a pagarne il costo. Sarebbe bastato un biglietto di 5 euro, meno di una pizza!». «Ma in questo modo si aiuta la diffusione della cultura». «E no,» dico io «che diffusione è se i non sensibilizzati pagano gli spettacoli a chi è già sensibilizzato?!». L’ho chiusa là, anche perché, già da un bel po’, ho rinunciato alla pretesa di capire tutto quel che nella vita accade.  

Se i poveri, i deboli avessero il potere politico di contrattare baserebbero la politica culturale non sulla percentuale del bilancio da destinare alle stagioni teatrali, frequentate se non proprio solo da ricchi comunque da benestanti già sensibilizzati alla fruizione di quel tipo di beni, bensì su altri indicatori di qualità quali: l’incremento del numero di persone che comprano libri; che frequentano biblioteche, teatri, musei; che organizzano, anche in forma amatoriale, eventi culturali e socializzanti; . . . E, innanzitutto, metterebbero pesantemente le mani sulla scuola pubblica di base dove si spende un mare di soldi (vedi monte stipendi degli insegnanti) per educare i giovani a rifuggire dai beni culturali.

Ragusa, 8 maggio 2009 

Oggi, 3 aprile 2017, in un articolo di Claudio Giunta pubblicato su “internazionale.it” scritto in occasione della ripubblicazione della casa editrice Adelfi delle opere di Leonardo Sciascia, ho letto che, in La palma va a nord, la raccolta dei suoi scritti giornalistici di fine anni settanta, Sciascia afferma: “Quelle manifestazioni [culturali] che si poggiano generalmente sul denaro pubblico sono sbagliate e inutili”.

 

Ciccio Schembari

Articolo pubblicato sul n. 46/2009 “Le stagioni” della rivista online www.operaincerta.it

 

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