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L’autunno è la stagione più intelligente dell’anno. In Sicilia
02 Ott 2025 09:00
La rubrica dello psicologo, a cura di Cesare Ammendola
In Italia l’autunno è una delle quattro stagioni dell’anno. In Sicilia non è mai stato solo questo.
La pioggia tra le cose ha una sua fragranza. L’orizzonte è malinconico e tuttavia felice, in un ossimoro che solo un bambino, cresciuto nelle soste in campagna alla fine di settembre, saprebbe sciogliere. I campi e i muretti umidi senza una precisa ragione. E poi i profumi spietati di cannella e mandorle tostate, mosto e biscotti scaurati, noci e castagne, marmellate e cotogne. Sinfonia. Su spartiti di carrube.
Ma fosse solo questo! Qui, da noi, l’odore delle cose si confonde con quello dei nonni, delle zie, delle madri in un paesaggio di sentimenti e affetti che ti fanno dire: “La dieta la comincio in primavera. Lo giuro. Intanto vado col nonno a cercare lumache. Perché piove. Ed erano anni che non pioveva così bene. Ed erano anni che la nonna non rideva così tanto”.
È arrivato l’estunno. Anche sui social. In Sicilia l’estunno è come la politica: una stagione dalla personalità multipla. Non si capisce una beata. Pensavo fosse settembre tendente agosto e invece era un ottobre ascendente novembre. Ora nuvolino, ora freddolino. Poi nuovamente sudorevole.
Dice Greta Tumino che è colpa delle perturbazioni. Io comincio a credere che il clima abbia un disturbo psichiatrico. O mancanza di affetto forse. O da piccolo non gliele hanno suonate abbastanza, tutto qui.
Ma dentro ognuno di noi oggi abita un vavalucio. Il vavalucio che c’è in noi sboccerà presto nel sacchetto di un vecchietto antico armato di torcia e guanti per i piatti e amore profondo per i muretti a secco dell’altopiano ibleo-tropicale. Sarà tre volte fatale e ci si acculanterà tutto il giorno. Così. Vavaluciter.
Sfileremo in passerella, in capi inverno/primavera 2025 sotto un ombrello di smarrimento e una nuvola di eterna commozione, e niente e nessuno saprà salvarci dall’imprevedibile, come per i pesci rossi di un acquario al di qua dello sguardo di un gattino interessato.
Ci ricorderemo di quando non ci si lamentava di tutto e, bambini-impermeabili-viventi, si correva a piedi a scuola nel diluviare delle grida e dei sorrisi, per le vie di una città che da decenni non si riconosce più. In nessuna delle sue pozzanghere.
Quando ero bambino io, l’autunno era la voce di mia zia: “Vai a giocare, ma non acculantarti tutto.”
Era l’attesa che il mondo scampasse all’improvviso dietro la finestra. Per poi schizzare versi di poesie di strada. Fino a sera. Tra muri a secco case di quasi vavaluci. Spighe intirizzite. Urla di piccoli eroi in bande di pirati. Non erano storie di TikTok. Erano puntate di “Sopravvisuti”. Odissee di Natura Selvaggia. Come serie Netflix senza Netflix e tanta tanta immaginazione di stelle di appena dieci anni. Lurde fino alle orecchie. Come se non ci fosse un domani.
Oggi è così: “Mamma, col cellulare non funziona il WIFi.”
“È il temporale. Ma i compiti li hai fatti?”
“No, domani non c’è scuola per l’allerta meteo.”
Quando la pioggia aveva 10 anni come me, l’allerta meteo era un mistero di fisica quantistica.
Proprio come le raccomandazioni di mia zia. Secondo la quale nella vita bisognava sempre giocare. E acculantarsi il giusto. Né più né meno. Nell’essenziale profondità di tutte le pozzanghere dell’universo.
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