L’autostrada Ragusa-Catania sullo Stretto si farà!

La rubrica dello psicologo, a cura di Cesare Ammendola

In Sicilia non temiamo il cambiamento. 

Non ci spaventarono neppure le varianti del Coronavirus. Siamo tranquillissimi. Da secoli infatti qui non cambia una beata. La rete autostradale, ad esempio: aspettiamo l’autostrada Ragusa-Messina da prima che i primi virus abitassero il pianeta. I treni? Io, per recarmi a Roma in estate, ho ritrovato lo stesso treno di trent’anni fa: l’ho riconosciuto dalla scritta che nel 1992 avevo lasciato sopra la cuccetta “Ardone cornuto!”, l’assistente reo di avermi mollato un miserrimo 18 in Fondamenti di Fisiologia. L’esclamatio nel vagoncino. Tale e quale. Immutata. Mi sono commosso. 

Mi ricordo delle dieci ore di viaggio, i tempi di attesa per le operazioni d’imbarco sul traghetto… Per sei anni, ben ventinove esami. Su e giù per i binari del tempo. Una laurea sulle rotaie infinite, le stazioni sperdute, i valichi eterni. 

E tuttavia, ora si intravede uno spiraglio di luce alla fine di quei tunnel. Il ponte infine si farà. Really? O trattasi di entusiasmatio praecox? E stiamo correndo in avanti troppo presto?

“Houston, qui ragusa64. Abbiamo un problema!”

“Definisci problema, unità ragusa64!”

“Ho imboccato a 140 chilometri orari il cavalcavia sulla scarpata Villa San Giovanni 85!”

“Unità ragusa64, qui Houston. Il satellite non rileva alcun cavalcavia in Villa San Giovanni 85!”

“Appunto.”

Scherzi e precipizi a parte, forse finalmente ci siamo. E in questa stagione di opere balsamiche per la psicologia e la socio-emotività collettiva, sopraggiunge un’altra notizia tonificante. Dopo mezzo secolo. Mi hanno appena tirato la prima pietra per l’autostrada Ragusa-Catania. Addosso. Piango. Non so dirvi se per la commozione o per il dolore. Sono qui, incredulo, sul ciglio della ciusa di Cisternazzi, nobile trazzera da cui dovrà spiccare il volo la tanto agognata viona a più corsie che finalmente collegherà la città di migliaia di esseri umani (Ragusa) e la città in cui gli stessi esseri umani presero rispettivamente la laurea, l’aereo, il tribunale, il treno, lo sgriccio e quant’altro (Catania). A cavallo di due millenni. E facendosi un mazzo così. E rischiando la stessa vita dietro a un tir. E a uno snodo qualsiasi del destino.

È ufficiale. Si farà. Si facesse. Lo ha annunciato anche Facebook. Con cauto entusiasmo. Molto cauto. Pensa tu che fortunello quel sindaco che, dopo millemila sindacature, che avevano promesso la benemerita opera (e che avevano incassato la beneamata milza), riuscisse, come pare, a raggiungere il traguardo! Prima di lui e come lui ci avevano provato in tanti a sbattere i pugni sul tavolo, a fare i viaggi della speranza alla Regione, al Ministero, alla Nato e a Lourdes. Ma sarebbe dai tempi di Tutankhamon (in occasione dell’inauguratio di Questa Gran Piramide d’Egitto) che non si sfiorerebbe un cotale successo epocale. È così. Ironie e geroglifici a parte.

Io, lo confesso, pensavo di non camparci. Non ci sarei campato. Ero oramai spranzato e rassegnato al fatto che non avrei visto mai l’autostrada del buon senso. Come mio nonno, scomparso nel 1973. E invece i nostri figli forse si salveranno.

Vorrei che quest’opera, ovvia e necessaria e gratuita, fosse dedicata a tutti coloro che nei decenni l’hanno lastricata con la loro lenta fatica. E a tutti coloro che, illuminandola, vi hanno perso la vita. Perché una strada senza memoria sarebbe come la corsa di un nonno senza nipote. In controsenso nella carreggiata del tempo. Contro tutti i tir dell’universo.

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