La festa dei morti retaggio antico nella terra iblea

La successione delle festività religiose ha da sempre scandito il volgere del tempo, creando nell’anno parentesi e appuntamenti che vedono convivere sacro e quotidiano. Non è un fenomeno nuovo perché fin dagli albori della civiltà l’uomo ha mantenuto vivo il rapporto con il soprannaturale, unendovi quello che Guicciardini definiva “il particulare”, ossia il piacere ed interesse privato.

La festività più vicina alla data di oggi è la particolare festa siciliana dei morti, un retaggio antico che da sempre ha esorcizzato la morte e ha reso vicini e graditi gli estinti, in terra di Pirandello è un fatto naturale. La cultura greco-latina aveva già iniziato tale rapporto praticando feste come i misteri orfico-eleusini o le tesmoforie che davano un senso di sacralità all’impegno della vita e alla presenza di un “evangelium salutis”, rendendo anche i morti esseri graditi. Nel periodo di fine ottobre si praticavano codesti culti offrendo agli spiriti ciotole di latte con dolcini e frutta secca, infatti chi aveva amato un luogo vi ritornava con gioia. In tale ottica erano presenti nelle case i pinakes dei defuni in Grecia o le statuette dei Penati a Roma, in quanto essi diventavano numi tutelari della casa e dei suoi abitanti, non a caso i Siciliani abituano i bimbi ad attendere la festività perché arriveranno piccoli doni, spesso erano approvvigionamenti alimentari per la casa.
Oggi siamo sorpresi dal fatto che l’invasione di Halloween sia un ennesimo prodotto straniero  che entra nel nostro modo di vivere, ma noi avevamo già qualcosa di simile. Il mondo celtico aveva l’idea che i morti reclamassero le loro case d’un tempo e quindi nella notte di tutti i Santi le culture di origini  nordiche facevano spaventare i  morti con urli e maschere, creando orridi volti nelle rape.

Col tempo nel nuovo mondo si perpetuò il culto e si usarono le zucche gialle per creare volti ghignati che all’interno potevano ospitare candeline accese per fugare le ombre. A tutto questo furono unite le streghe e i gatti neri che il Medioevo aveva considerato amici del diavolo per i miagolii durante i loro corteggiamenti. Ma nel mondo greco nello stesso periodo era in uso la tradizione in cui i bimbi con piccoli cappucci giravano bussando alle porte, chiedendo qualcosa e recitando canzoncine simili alle tiritere di Halloween in cui si sente ripetere.

Trick or treat, sell my feet, give me something, good to eat. If you don’t, I’ll pull down your  underwear.
Nel canto greco della rondine e della cornacchia si invitava a dare qualcosa con auguri e blande minacce. Ad esempio un ritornello dice: Se ci darai qualcosa o se invece non cela darai, non lasceremo perdere: o portiamo via la porta o il sopraporta o la moglie che siede dentro: Se invece ci darai qualcosa, ottieni qualcosa di grande, Apri, apri  la porta alla rondinella: infatti non siamo vecchi ma ragazzini.

 Il canto risale al II sec d. C. ed è riportato da Ateneo ne “I deipnosofistai” e piacque tanto al poeta Pascoli che lo inserì nel carme conviviale su Odisseo, nel brano “La partenza”. In conclusione la grande madre della cultura va cercata nell’esperienza dei nostri antichi che seppero  perfettamente sistemare quanto a noi riguarda ed in un certo senso può servire a vivere. L’insegnamento si può riassumere nella battuta”Exquirite veterem matrem” (Cercate l’antica madre); forse potrebbe aiutarci ancora oggi! (a.m.e.)

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