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In estate diventiamo più invidiosi?
27 Ago 2026 08:01
La rubrica dello psicologo, a cura di Cesare Ammendola
L’invidia è un sentimento che in Sicilia si serve freddo, come il caffè.
Dicono i manuali di psicologia con encomiabile freddezza clinica, che l’invidia è il dolore provato per il bene altrui. Definizione perfetta, algida, quasi svizzera. E infatti non regge un secondo al contatto con l’estate mediterranea, stagione in cui ogni sentimento, compresi quelli più bassi, si concede il lusso di un’ondata di caldo anomalo. In Sicilia l’invidia non è un dolore: è un’osservazione. Non consuma, commenta. E il commento, si sa, va condiviso. Meglio se al bar, meglio ancora se davanti a un aperitivo che nessuno ha ordinato per parlare male di qualcuno, ma che tutti finiscono per sorseggiare proprio a quello scopo.
L’estate è la stagione dell’invidia perché è la stagione dell’esposizione: i corpi si scoprono, le case al mare si aprono, le auto nuove escono dai garage con la stessa fierezza con cui un pavone apre la coda. È il momento dell’anno in cui la vita altrui diventa, semplicemente, più visibile. E ciò che è visibile, in una cultura che ha fatto della piazza il proprio salotto psicoanalitico, diventa automaticamente materia di conversazione collettiva. Non è cattiveria, è sociologia applicata: se il tuo vicino compra la barca, l’intera strada lo saprà prima ancora che lui abbia finito di pagare l’acconto.
Ma attenzione a non confondere l’invidia siciliana con la sua versione internazionale, quella cupa e rancorosa che rode in silenzio: qui l’invidia si esprime per iperbole affettuosa, quasi per omaggio rovesciato. “Quella dove li ha presi i soldi?”. Con un tono che è insieme accusa e ammirazione, sospetto e stima. È un’invidia che parla ad alta voce proprio perché sa di non essere pericolosa: uno sfogo verbale che funge da valvola di sfregamento sociale, non da arma. La psicologia la chiamerebbe una forma di regolazione emotiva collettiva; il siciliano, con più economia lessicale, la chiama “chiacchiera”.
Il pettegolezzo, del resto, non è che l’invidia travestita da informazione. Sapere tutto della vita altrui (chi ha affittato la casa al mare, chi si è lasciato, chi è tornato dal Nord con l’accento cambiato e la faccia più stanca) non serve a giudicare, o non soltanto: serve a orientarsi, a capire dove si è collocati nella mappa sociale del proprio paese o del proprio quartiere. È una forma arcaica di posizionamento GPS emotivo, che funziona meglio di qualsiasi social network perché ha il vantaggio dello sguardo diretto, del “l’ho visto con i miei occhi” che nessun like potrà mai eguagliare.
E poi c’è un’invidia più nobile, quasi filosofica, che l’estate porta con sé come la salsedine sulla pelle: l’invidia per il tempo altrui. Non per gli oggetti, non per il conto in banca, ma per la libertà: vedere chi si concede tre settimane di vacanza mentre tu ne hai rubate tre giorni, chi legge un libro sotto l’ombrellone mentre tu controlli le email persino a Ferragosto. È l’invidia più onesta perché rivela il vero desiderio represso: non possedere di più, ma vivere meglio, con meno fretta e più mare.
Forse allora l’estate non è la stagione dell’invidia, ma quella della sua confessione pubblica: l’unico periodo dell’anno in cui i siciliani, guardando la vita degli altri, ammettono, tra un pettegolezzo e una risata, quanto ancora desiderino, per se stessi, un pizzico di quella stessa leggerezza che credono di vedere solo altrove.
Ma è malinconica la vita di chi si ritrova ad invidiare le bugie di una storia su Instagram. E non illumina la sua storia in questo mondo. Una storia non detta, non vista, che magari non avrebbe nulla da invidiare a nessun altra. Se solo sfiorata con più gentilezza.
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