IL MUSEO “ITALIA IN AFRICA” UN INNO AGLI ANNI PIU’ NERI DELLA NOSTRA STORIA

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Una nazione democratica e un popolo libero e indipendente, non può non conoscere la propria storia e non può non pretendere di poter attingere ad ogni notizia relativa al comportamento dei propri compatrioti in passato, sia in epoca di guerra, che in epoca di pace.  È un’operazione necessaria per capire chi siamo e da dove veniamo. Nella vita di ogni comunità, anche in una realtà come la nostra, ci vuole coscienza e consapevolezza, studio e spirito critico.

Perché se vogliamo ricordare, non dimenticare, chiedere giustizia per quanto accaduto nel corso degli anni bui della storia recente del nostro Paese, per prima cosa dobbiamo riconoscere e tramandare, con maturità, le nostre colpe e le nostre responsabilità.

Perché tutti sappiano, perché non accada mai più.

Proprio questa ragione, i ragusani devono sapere che in città c’è un museo che, così come oggi strutturato, offende la dignità e la storia di ognuno di noi. Il museo civico “L’Italia in Africa” è un inno, quasi un’apologia degli anni più neri, nefasti e bui della nostra storia che videro il nostro Paese protagonista e mandante di eccidi, violenze ed atrocità di ogni genere e tipo. Gas compresi. Perchè furono usati anche quelli. La memoria storica non va cancellata, ma le cose vanno chiamate per nome e cognome. Furono anni di vergogna, di terrore, di morte.   Ragusa ha una memoria storica antifascista ed antirazzista, ma per non dimenticare non basta commemorare, ci vuole qualcosa in più. E allora noi diciamo che questo Museo non va chiuso definitivamente, ma ne va rivisto il taglio e l’impostazione, con l’ausilio e il coinvolgimento di storici, professori, studenti, intellettuali e  specialisti in materia. Questo Museo va trasformato in un archivio storico del colonialismo italiano in Africa, in un luogo in cui non si celebrino cimeli, divise e razzie di guerra, ma che diventi un luogo di testimonianza attiva di quello che fu. Un disastro. Un inferno. Una mattanza. Una macchia indelebile per l’onore e la dignità del nostro Paese. Ricordare non vuol dire cancellare, ma non vuol dire nemmeno rimanere muti ed inerti davanti allo uno scempio dei valori e della memoria storica di un Paese. Impariamo a chiamare le cose per nome e cognome, leggiamo ed analizziamo la storia per quello che è stata.

Trasformiamo questo Museo dell’orrore, in un luogo di memoria, di riflessione, di matura presa di coscienza, di pace e di ricordo. Leghiamo la storia di allora con la tragica emergenza di oggi, quella dei migranti, che compiono adesso, con mezzi, finalità e motivazioni diverse rispetto a quelle dell’Italia di ieri, il percorso inverso. Chissà se, studiando i fatti per come sono andati, non si riesca a trovare un tragico filo conduttore tra quello che è stato ed è significato per questi popoli, per le loro economie, il colonialismo e quello che sta succedendo oggi nel Mar Mediterraneo. La disperazione dei  migranti affonda le radici nel colonialismo, nelle sue storture, avidità ed orrori. La pacifica e solidale accoglienza di queste persone, che per sperare si trovano costrette ad attraversare il mare, a piedi nudi, senza armi in mano, (come noi eravamo invece abituati a fare), trovino un’umana comprensione anche grazie a realtà come musei ed archivi storici. Luoghi in cui venga tramandato quello che è stato, per come è stato.  Non solo per capire chi siamo, da dove veniamo,  ma anche per vedere, con una consapevolezza che solo la memoria storica ci può dare, come cambia e si evolve il mondo che ci circonda.

Aderendo come gruppo al Comitato 9 Aprile, invitiamo pertanto l’amministrazione comunale a prendersi carico del problema e valutare l’opportunità di tenere aperto o meno, senza le opportune rimodulazioni e rivisitazioni, un Museo come oggi è “L’Italia in Africa”.

 

 

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