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GRILLO NON C’È PIÙ, MA È SEMPRE MEGLIO CAUTELARSI
01 Giu 2013 17:34
Per diversi mesi, a partire dalla elezioni regionali siciliane, Grillo è stato lo spauracchio che si agitava di fronte ad una classe politica smarrita dal nuovo fenomeno politico. Gli amanti della retorica si trastullavano sull’origine del fenomeno, divagavano sui flussi elettorali, erano smarriti di fronte alle truppe di pentastellati che invadevano le aule parlamentari.
Uno dei cavalli di battaglia dell’antipolitica grillina era quello del finanziamento ai partiti, o rimborso che dir si voglia, con cui i nuovi politici avevano cercato di impressionare il popolo: ma non solo rinuncia ai rimborsi, addirittura stipendi più che dimezzati e diarie ridotte all’osso.
Poi è andata come è andata, i sentori di carta filigranata, più forti a Roma che a Palermo, hanno provocato le prime crepe nel granitico atteggiamento di rifiuto del denaro pubblico, l’apprezzamento della gente ha cominciato a scemare e il livello di consenso si abbassa come il vino in una botte senza zipolo.
Al contrario di come molti paventavano, il fenomeno è destinato ad esaurirsi, e via via i simpatizzanti torneranno ai lidi di origine.
Ma la casta dei politici, ormai sostanzialmente ridotta, a livello nazionale, agli esponenti dei due partiti più grandi e ancora consistenti, PD e PDL, lo spavento lo ha vissuto e cerca di mettersi al sicuro: se qualcuno tappa di nuovo la botte, il livello si può stabilizzare, altri potrebbero rimpinguarlo.
Quale potrebbe essere un tema efficace per dimostrare alla nazione l’impegno per il cambiamento ?
Facile, l’abolizione dei rimborsi ai partiti, tanto facile che già c’era, fin dal 4 aprile, una proposta del Movimento 5 stelle sull’abolizione dei rimborsi pubblici ai partiti, prima firmataria Roberta Lombardi, che chiedeva “la soppressione tout court del «rimborso elettorale» e del cofinanziamento ai partiti e movimenti politici e la destinazione dei risparmi così conseguiti alle microimprese e alla piccole imprese”.
Ma la Camera prende tempo per calendarizzarla e il governo prepara e presenta la sua proposta.
Grillo la definisce una ‘legge truffa’, senza arrivare agli eccessi del comico genovese si può dire che sarà l’ennesima presa in giro alle spalle della gente. Come molti ricorderanno, già un referendum, nel 1994, abolì il finanziamento ai partiti, ma questi lo fecero rientrare dalla finestra, chiamandolo rimborso.
Questa volta la tattica è più raffinata. Con un marchingegno di stampo machiavellico che fa impressione, come è acclarato da eminenti firme della stampa nazionale.
Non si illuda chi pensa che il sistema del finanziamento o rimborsi ai partiti sia definitivamente eliminato: è solo sostituito, per ora nel disegno di legge, da un sistema di agevolazioni per la contribuzione volontaria. Secondo il governo non ci sarà più il finanziamento pubblico ma il contributo da parte dei privati con agevolazioni fiscali. Un sistema che, intanto, prevede un periodo transitorio legato alla transitorietà con cui arriveranno i finanziamenti volontari dei privati. Per dirla in italiano, il sistema andrà a regime nel 2017, ciò significa che gli attuali politici sono per il momento salvi, volete poi che di qui al 2017 non si trova il modo di fare una legge per abolire quella che viene proposta ora ? Impensabile, ma possibile.
Diamo ora uno sguardo agli elementi fondamentali della proposta di legge che sanciscono, in ogni caso, la superiorità mentale della classe politica che riesce a tirare fuori dal cilindro queste meraviglie.
In estrema sintesi sono previste detrazioni del 52% per le erogazioni volontarie di importi tra 50 e 5.000 euro e del 26% per tutti gli altri importi fino a un massimo di 20 mila; inoltre viene prevista la destinazione volontaria del 2 per mille dell’imposta sul reddito sul modello dell’otto x mille che viene destinato alla Chiesa. Sono inoltre previste le concessioni gratuite, per i partiti di spazi e servizi.
Quanto alla transitorietà delle norme, il meccanismo di dècalage del finanziamento, a quanto si apprende, prevede una riduzione progressiva in tre anni dal 60% del primo anno, al 50% del secondo anno e al 40% del terzo. Ritorna alla ribalta la norma anti 5 stelle, perché non possono essere ammessi ai benefici le formazioni politiche che non adotteranno uno statuto, con criteri di trasparenza e democraticità.
Tutto sarà sottoposto al vaglio del Parlamento, trattandosi di un disegno di legge, ma già solo l’aver escogitato la proposta ha dell’inverosimile.
Il monte risorse destinate ai movimenti potrebbe non soltanto non ridursi affatto, ma persino raddoppiare. Dai 160 milioni di euro attuali (in 5 anni), fino a – teoricamente – circa 330 milioni l’anno.
Tutto gira intorno al meccanismo già collaudato dei contributi alla Chiesa Cattolica, per cui, similmente, a meno di diversa indicazione del contribuente (che può decidere di destinare i soldi allo Stato), i soldi finiranno automaticamente ai partiti. Si cita, infatti, nella proposta : “In caso di scelte non espresse, la quota di risorse disponibili, nei limiti di cui al comma 4, è destinata ai partiti ovvero all’erario in proporzione alle scelte espresse”. Calcoli alla mano, considerando il gettito Ire totale del 2012 – 165 miliardi euro – il conto è presto fatto: circa 330 milioni di euro. Il tetto fissato dal governo, vale a dire i limiti fissati al comma 4 del DDL, rimasto incerto nella bozza di ddl circolata, sarebbe di 61 milioni di euro. “Si tratta di un terzo in meno del finanziamento attuale”, ha spiegato il ministro per le Riforme Gaetano Quagliariello. E comunque, ha specificato ancora Quagliariello, si tratta di un tetto massimo e solo nel caso “tutti decidessero di dare soldi ai partiti”. Il ministro ha sottolineato come non sia da considerare automatico che tutti decidano di devolvere i soldi ai partiti, e tale soglia possa persino non essere raggiunta. Ipotizzando un gettito Irpef invariato per il prossimo anno, tenendo conto che se il 100% dei contribuenti destinasse il proprio 2 per mille ai partiti, alla politica andrebbero circa 330 milioni di euro, basterebbe un numero enormemente inferiore per raggiungere quota 61.
Come tutte le leggi italiane, un groviglio di norme, cavilli e postille da far impallidire, tutto per rendere sempre meno chiara la realtà. Ma c’è chi già ha fatto le pulci alla proposta di legge.
Innanzitutto gli sgravi fiscali sono una forma di finanziamento pubblico, sia pure indiretto.
Si attua poi un sistema perverso per cui chi decide di aiutare economicamente un partito o un politico potrà godere di un trattamento dodici volte più favorevole rispetto a quello cui ha diritto il sostenitore di un’opera benefica. Dare 20 mila euro in beneficenza consente di detrarre al massimo 542 euro, regalare la stessa cifra a un partito ne fa invece risparmiare 6.500. Imponderabile, al momento, il peso del 2 x mille sulle casse dello Stato, perché, in ogni caso sarebbero soldi che andrebbero nelle casse della nazione.
Inoltre restano le altre agevolazioni di cui godono i partiti, esenzione dell’Imu per le sedi politiche, contributi pubblici alla stampa di partito, agevolazioni postali per il materiale elettorale, a cui si aggiungerebbe, ora, anche il libero accesso a spazi pubblicitari sulle reti televisive.
E dopo tutto questo c’è ancora qualcuno che spera che ci facciano indicare sulla scheda chi votare ?
Principe di Chitinnon
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