È vero che Facebook è da vecchi e Instagram no?

Decidi tu come informarti su Google.
Aggiungi RagusaOggi alle tue Fonti preferite. Quando cercherai una notizia, ci troverai più facilmente.
AGGIUNGI

La rubrica dello psicologo, a cura di Cesare Ammendola

Sì. E no. Ma soprattutto sì, con la stessa esattezza sociologica di un oroscopo. Facebook, oggi, è diventato il salotto buono di famiglia: quello con la tovaglia di pizzo, le foto dei nipoti e gli auguri di buon compleanno scritti in maiuscolo da chi non ha ancora fatto pace con il tasto Bloc Maiuscole. Instagram, invece, è la cameretta con la porta chiusa, la musica alta e il cartello “non disturbare”, un luogo dove l’estetica conta più della sostanza e dove l’algoritmo, come un genitore complice, finge di non vedere.

Gli psicologi dei social (categoria professionale che una ventina d’anni fa non esisteva, e che oggi studia le nostre vite con lo stesso rigore con cui un tempo si studiavano le civiltà scomparse) parlano di “migrazione generazionale delle piattaforme”. Detto senza tecnicismi: quando un luogo digitale diventa troppo affollato di adulti, gli adolescenti se ne vanno, con la stessa naturalezza con cui un gruppo di amici cambia bar quando arriva la comitiva dei genitori. Non è snobismo, è territorio. Ogni generazione ha bisogno di uno spazio che gli adulti non capiscano fino in fondo: prima erano i diari chiusi a chiave, poi gli SMS in codice, oggi le Stories che spariscono in ventiquattr’ore come se la memoria stessa fosse diventata un lusso troppo impegnativo.

C’è una componente quasi evoluzionistica in questo comportamento, se vogliamo prestarci al gioco della metafora biologica: i giovani cercano ambienti dove sperimentare l’identità senza la supervisione dello sguardo genitoriale, quello sguardo che su Facebook si manifesta puntuale sotto forma di commento della zia sotto ogni foto, con tanto di emoji a forma di cuore rosso sparate a raffica come coriandoli fuori tempo massimo. Gli adulti, dal canto loro, restano fedeli a Facebook non per pigrizia ma per affetto: è lì che hanno costruito la loro rete sociale digitale, i gruppi del paese, i ricordi taggati, l’archeologia sentimentale di vent’anni di condivisioni. Cambiare piattaforma, a una certa età, significa un po’ traslocare i propri ricordi, e chi mai ha voglia di fare i bagagli emotivi due volte nella vita?

C’è poi la questione, tutt’altro che secondaria, del linguaggio visivo. Instagram premia l’immagine curata, il dettaglio estetico, l’attimo reso eterno da un filtro ben scelto: è una piattaforma che parla la lingua di chi è cresciuto guardando prima le foto e poi, forse, leggendo le didascalie. Facebook, al contrario, resta fedele al testo, al racconto disteso, al link condiviso con un commento lungo tre righe: è la piattaforma di chi ancora crede che una frase scritta per esteso valga più di dieci emoji in fila.

Ma attenzione a non lasciarsi sedurre troppo dallo stereotipo, perché la realtà, come sempre, è più ironica delle nostre categorie: ci sono sedicenni che vivono su Facebook Marketplace per comprare vinili usati, e sessantenni che scrollano Reels fino a tarda notte con la stessa dipendenza innocente di un adolescente. Le piattaforme non sono compartimenti stagni quanto vorremmo credere per rassicurarci sulla comprensibilità del mondo: sono fiumi in cui le età si mescolano più di quanto ammettiamo, anche se preferiamo raccontarci una storia più ordinata, con i vecchi di qua e i giovani di là, perché le storie ordinate fanno meno paura del disordine reale.

Forse la verità più onesta è che ogni generazione, semplicemente, cerca un posto dove sentirsi capita senza essere osservata. Ed è buffo, e un po’ commovente, che per ottenerlo basti cambiare app. Forse.

© Riproduzione riservata

Invia le tue segnalazioni a info@ragusaoggi.it