Da lunedì 6 luglio il Centro diagnosi e trattamento intensivo precoce per i disturbi dello spettro autistico dell’ASP di Ragusa avrà una nuova sede temporanea. Le attività saranno infatti trasferite nei locali comunali di via Berlinguer, messi a disposizione dal Comune di Ragusa attraverso un contratto di comodato d’uso gratuito, così da garantire la piena […]
E LA CHIAMANO ESTATE…
13 Ott 2011 19:33
Luogo elettivo delle sciocchezze, l’estate è stagione dell’anno ma anche spazio costitutivo dell’animo umano: c’è sempre un’estate da ricordare, un momento magico da mettere nella bacheca delle esperienze, nell’effimero delle folate di vento.
Le principali conquiste dell’umanità sono state raggiunte a partire da una condizione di buio, verso cui la conquista, qualunque essa fosse, rappresentasse l’accensione di una luce: dalla preistoria ai giorni nostri, non c’è un solo esempio di grandiosità dello spirito e della mente che possa ricondursi a una spiaggia assolata e a un cielo canicolare privo di qualsiasi somiglianza all’azzurro che poi, invece, fatalmente associamo all’estate.
La pienezza dell’esserci sembra richiedere infatti spazi stretti, temperature miti o fredde, persino la pioggia fuori a favorire – per contrasto – il raccoglimento, la concentrazione, la dedizione. Tutte condizioni che si contrappongono alla dispersività, la mancanza di centro, l’amnesia del mondo sotto un sole implacabile che non lascia altro che svuotarsi, perdersi, dimenticarsi.
Uno dei motivi ricorrenti nella mitologia dell’estate è esattamente questo: è il momento in cui cediamo, l’attimo della vita in cui ci ritiriamo dai nostri impegni e dalle nostre responsabilità per stare con noi, per coccolarci, per avere cura della nostra infanzia, in un movimento che dunque tende a somigliare a un moto centrifugo, che espelle, allontana, porta via. Apparentemente, qui sembrerebbe essere in gioco la capacità di rilassarsi, di lasciarsi andare, di allentare la morsa superegoica sulle pulsioni, tutto insomma parrebbe assecondare un percorso liberatorio e di emancipazione dal controllo ma qui, esattamente qui, è possibile ravvisare la prima sciocchezza: ciò che segna indelebilmente l’estate col marchio della cattiva coscienza è proprio il contrario di ciò che pretenderebbe affermare, vale a dire il senso di costrizione, di compulsività, di mancanza di libertà e di scelta che si applica proprio alle materie che vorremmo liberare. In altri termini, in estate dobbiamo essere liberi, spensierati, capaci di mollare, di distenderci, senza che questo però consista in un centramento delle risorse e delle energie di cui si dispone, ma per il puro esercizio di una pratica salutista, per l’applicazione di un principio socialmente condiviso, per la forma che la spunta sul contenuto e ci forza a esercitare una richiesta poderosa a noi stessi, rispetto alla quale la maggior parte delle volte finiamo per sentirci inadeguati e frustrati.
L’estate è poi la carta moschicida su cui rimangono attaccate tutte le differenze di cui si compone l’umana esistenza: estetiche, sociali, economiche, culturali. La “brutta” stagione riunisce, semplifica, fa tendere a un centro ideale di dispersione della varietà: la casa del ricco può non essere – in quanto a confort e a completezza di funzioni – enormemente diversa da quella del meno ricco o persino del povero; le abitudini dell’intellettuale e dell’idraulico convergeranno nel momento del sabato sera, quando entrambi pretenderanno di darsi godimento davanti a una buona pizza e a un bel film proiettato nella multiplex più vicina.
L’estate scompaginerà questo assetto fondato sulla medietà, sulla omogeneizzazione dei valori e delle possibilità: il bello sopravanzerà di gran lunga il brutto senza alcuna possibilità di compromesso; l’intellettuale organizzerà le sue vacanze in un agriturismo umbro mentre l’idraulico preferirà il villaggio turistico in Croazia; il ricco salperà col suo yacht verso luoghi segnati dalla presenza dei simboli in cui riconoscersi mentre il povero arrancherà fra il monolocale in affitto a Fregene e il su e giù fra città e mare, nell’arsura dei tragitti stradali e dei parchi- divertimento allestiti per accogliere frotte di indemoniati festaioli.
C’è, poi, un’altra considerazione da fare sugli elementi simbolici che si addensano nel cielo bruciato dei mesi caldi: anche la più decisa opzione naturalista, che fa prediligere l’estate come il momento in cui si può intrattenere con la natura (sole, mare, sabbia….) un rapporto assoluto, totalizzante, fa pesantemente i conti con la radice convenzionale dell’oggetto, la cui presunta qualità “originaria” è in realtà il risultato di un pesante pacchetto culturale. La compulsività azzera ogni margine di libertà, senza la quale ogni relazione si svela per ciò che è: il sintomo di un vuoto che si registra dentro e il cui parziale riempimento è la pratica inesausta del fuori. E qui viene in soccorso la farmacopea del linguaggio, che statuisce come vivere in rapporto stretto, continuo, intenso con la natura sia “meglio” che vivere altrove.
L’inventario delle forme estive è inesauribile, anche perché si nutre incessantemente delle scorie e dei rifiuti accumulati nei mesi freddi, quando il potere di gestione del proprio carico di frustrazioni è vissuto ai suoi minimi possibili: c’è qualcosa che a febbraio non mi riesce di fare, di pensare, di chiudere? Luglio mi fornirà un modo per aggirare il macigno che blocca la mia vista, la strada che il mio sguardo deve percorrere per vedermi e riconoscermi: mi vedrò giovane, abbronzato, libero, integro, in pace con me stesso perché in simbiosi con l’aria, la luce, l’acqua e ciò mi basterà per pensarmi libero dalle ipoteche del mondo, dai suoi fardelli, dalle sue trappole.
Inevitabile equivoco, che si mette al servizio delle resistenze che si oppongono ad una vera integrazione del sé, la quale può passare solo attraverso un doloroso gesto di prensione all’interno: vocabolario essiccato di ogni sofferenza, il lessico del bagnasciuga è l’esatto contrario di un buon libro, la cui qualità dipende dal rapporto delicato fra prevedibile e imprevedibile.
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