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Ci siamo dimenticati della famiglia nel bosco? Chissà perché!
30 Apr 2026 08:40
La rubrica dello psicologo a cura di Cesare Ammendola
Quando lo Stato entra in casa. Senza bussare tre volte. La vicenda della cosiddetta “famiglia nel bosco” torna a occupare l’attenzione pubblica, questa volta attraverso la voce della psichiatria forense. Una perizia di 196 pagine firmata dalla dottoressa Ceccoli è stata depositata al Tribunale per i Minorenni dell’Aquila, e le sue conclusioni sono inequivoche: Nathan Trevallion e Catherine Birmingham, la coppia anglo-australiana residente a Palmoli, nel Chietino, presenterebbero profili di personalità incompatibili con un adeguato esercizio della genitorialità.
La consulente ha individuato nei due genitori tratti caratteriali che, secondo la sua analisi, interferiscono con i bisogni evolutivi dei tre figli minori, bambini cresciuti in un contesto di marcato isolamento dalla realtà sociale e sanitaria, con conseguenze, a suo dire, sullo sviluppo neuropsicologico. Il documento esclude sia il ricongiungimento immediato sia l’affido esclusivo al padre, ritenendoli privi di fondamento clinico e giuridico, e raccomanda la prosecuzione della permanenza dei minori nella struttura protetta di Vasto, dove si trovano dallo scorso novembre. Non si chiude tuttavia a ogni prospettiva futura: la psichiatra non esclude che i genitori possano, con un percorso adeguato, recuperare l’idoneità genitoriale.
Fin qui, la cronaca. Ma il caso solleva interrogativi che vanno ben oltre le sue specificità giudiziarie.
La valutazione della capacità genitoriale è tra le operazioni più delicate e più esposte all’errore che la psicologia clinica e forense si trovi a compiere. Non esiste un genitore perfetto, e la distanza tra “genitore inadeguato” e “genitore semplicemente diverso” può ridursi a una questione di parametri culturali, di aspettative implicite, di valori non condivisi. Una famiglia che sceglie l’isolamento dalla vita sociale convenzionale non è, per questo solo fatto, una famiglia disfunzionale. Eppure il confine tra stile di vita alternativo e danno evolutivo reale per i minori esiste ed è compito della scienza, non dell’ideologia politica, individuarlo con rigore.
Il rischio opposto è altrettanto reale. Strappare i bambini al nucleo familiare d’origine produce traumi propri, talvolta più duraturi di quelli che si intendeva prevenire. La letteratura sull’attaccamento, da Bowlby in poi, ha mostrato con chiarezza quanto la separazione precoce dai genitori, anche in contesti protettivi, pesi sull’equilibrio emotivo e relazionale del bambino. Non è un argomento per l’inazione, ma per la cautela.
Quello che lascia perplessi, in questa vicenda come in molte analoghe, è la rapidità con cui il dibattito pubblico si polarizza: da un lato chi vede nello Stato un agente di tutela imprescindibile, dall’altro chi vi legge una forma di violenza istituzionale. Entrambe le posizioni contengono una parte di verità, e forse è proprio per questo che risultano così resistenti alla complessità.
I bambini, nel frattempo, crescono. E ogni giorno trascorso lontano dai loro genitori o ogni giorno trascorso in un contesto inadeguato è un tempo che non torna. La domanda che dovrebbe guidare ogni decisione è semplice da formulare, ma straordinariamente difficile da rispondere: cosa è davvero meglio per loro?
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