LA BIRRA AMERICANA

Negli Stati Uniti la birra ha sempre avuto un grande successo. Certo non paragonabile con quello ottenuto dalle bibite gassate, diffuse ormai in tutti i paesi. Il successo della birra, però, non è molto da meno. Basti pensare che il fatturato di una grande azienda birraia americana è superiore a quello di alcune nazioni europee. Non poteva essere altrimenti, in un paese che conta oltre trecento milioni di abitanti.

Sebbene gli americani ci tengano a precisare che la birra fosse già prodotta da alcune tribù native, questa in verità si limitava a essere una semplice bevanda a base di mais fermentato, molto distante a quello che noi intendiamo per birra.

Il legame in qualche modo però c’è ed è nella scelta degli ingredienti per la produzione della birra. Se in Europa la birra si produceva solo da orzo, negli Stati Uniti si inizierà a produrla anche da altri ingredienti. La scelta di nuovi ingredienti, come il mais, non è dettata da un legame con la tradizione dei nativi americani, bensì da questioni politiche. Prima della Guerra d’Indipendenza Americana si producevano birre di puro stile europeo, come l’ale inglesi, le stout irlandesi e le pilsner ceche. Durante gli anni della guerra, gli Stati Uniti daranno avvio a una politica di boicottaggio dei prodotti inglesi. Si diede così l’avvio alla produzione di birra totalmente nazionale. Invece di utilizzare solo orzo, si introdusse anche l’uso del mais e, in minore quantità, di altri ingredienti. Ma soprattutto si diede inizio alla coltivazione, in quantitativi considerevoli, di luppolo, prima importato dall’Inghilterra e a sua volta proveniente dall’Europa centrale.

L’industria birraia americana, però, trovò presto nuove difficoltà. Data al 1919 l’entrata in vigore delle leggi proibizioniste, che determineranno la chiusura di numerose fabbriche di birra. La stessa produzione clandestina di birra sarà minore, in importanza, rispetto ai distillati, come per esempio il whisky.

L’entrata in vigore delle leggi proibizioniste fu determinata dalla forte spinta moralizzatrice che caratterizzò, e tutt’oggi caratterizza in parte, la società americana. Gruppi di derivazione religiosa divennero presto centri di potere capaci di influenzare politici, società e  governi sia locali, sia nazionali. Quello che iniziò come un battaglia, non senza fondamento, contro il degrado causato dal consumo di alcolici negli strati più deboli della società, si trasformò presto in una battaglia caratterizzata dall’isterismo religioso. Non ci si limitò solo a bandire del tutto gli alcolici, quello che veniva considerato come pornografia e l’oppio, fino al 1914 ancora legale, ma si diffuse un astio verso tutto quello che poteva attentare alla morale puritana. Basti pensare che si arrivò a concepire di proibire l’esposizione di opere d’arte, dove venivano mostrati corpi nudi.

Ovviamente il problema del degrado non venne risolto o quanto meno si fece largo un problema ancora maggiore, come la malavita organizzata, che fece da padrone assoluto nel settore degli alcolici, a cui difficilmente la società americana sarebbe stata disposta a cedere. Gli scandali, infatti, non mancarono. Vari esponenti a favore del proibizionismo vennero coinvolti in scandali concernenti il consumo clandestino di alcolici. Non si trattò solo di semplici casi isolati, anche perché l’idea iniziale era quella di mettere un freno agli effetti catastrofici della miscela alcolici, disoccupazione e povertà. Non erano in pochi a credere che il consumo di alcolici andava circoscritto solo a una cerchia limitata della società. La campagna di propaganda moralizzatrice però dilagò fino a non essere più controllabile.

Assieme alla nascita della produzione di alcolici clandestini, si ebbe un degrado notevole nella qualità del prodotto alcol. Soprattutto i distillati si rivelavano certe volte mortali, poiché non soggetti a nessun controllo sanitario.

Sebbene la birra si continuò a produrre, ora nel mercato clandestino, la sua diffusione si restrinse tantissimo. Era molto più conveniente produrre superalcolici piuttosto che birra. Anche dopo la fine del proibizionismo, nel 1933, l’industria birraia non si recuperò del tutto a causa della grande depressione, che impedì la riapertura di molte fabbriche e concentrò il mercato degli alcolici nelle mani di pochi produttori, facendo sì che si venisse a formare una specie di monopolio, che ebbe come conseguenza uno scadimento della qualità della birra americana.

Bisognerà aspettare gli anni Ottanta, per poter finalmente imbattersi in birre quantomeno non dal sapore totalmente anonimo.

Negli anni Novanta, invece, si incominciano a produrre altri stili di birra, oltre a quello ormai screditato delle lager. Si riprenderà a produrre birre di stile inglese e particolarmente fortunata sarà la India Pale Ale, che qui avrà caratteristiche particolari, tanto da venire battezzata come American Pale Ale, per marcarne la differenza rispetto a quelle inglesi.

La grande distanza geografica tra l’America e l’Europa, ha però impedito al mercato di conoscere veramente cos’è la birra americana, che tutt’oggi viene associata a una lager bionda di poco interesse, mentre il paese conta una serie innumerevole di micro birrifici, a volte per niente micro, molto interessanti.

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