Elogio del cazzeggio: lo psicologo spiega perché perdere tempo ci fa bene

Elogio del cazzeggio: lo psicologo spiega perché perdere tempo ci fa bene

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Esiste un’attività umana che nessun curriculum osa menzionare, nessun colloquio di lavoro premia e nessuna app promette di ottimizzare: il cazzeggio. Eppure è probabilmente il comportamento più sano che la nostra specie abbia mai inventato, un’oasi di tempo non rendicontabile in cui la mente, finalmente liberata dall’obbligo di servire a qualcosa, comincia a servire a qualcuno: a noi stessi. Gli antichi greci lo chiamavano “scholé”, da cui deriva la parola “scuola”, segno che all’origine dell’intera civiltà occidentale c’era un gruppo di signori che non avevano niente da fare e lo facevano benissimo.

Il mondo, intanto, si è fatto feroce, e non nel modo spettacolare dei film: feroce nell’agenda, nella notifica, nella scadenza che si riproduce per partenogenesi. In un’epoca che misura il valore delle ore dal loro rendimento, perdere tempo è diventato un atto sovversivo, quasi un gesto politico.

Chi si concede venti minuti di chiacchiera inutile al bar sta compiendo, senza saperlo, una piccola forma di resistenza civile contro la dittatura dell’efficienza.

La psicologia, che di solito arriva dopo i poeti a mettere i timbri, conferma con i suoi strumenti ciò che i filosofi da salotto sapevano da sempre. L’ironia, per cominciare, è uno dei meccanismi di difesa più maturi che il nostro apparato psichico abbia a disposizione: Freud la collocava tra le risorse più alte, perché permette di guardare il dolore senza negarlo e senza esserne schiacciati. Chi riesce a ridere della propria sventura non la sta sminuendo, la sta mettendo a una distanza di sicurezza, quella esatta in cui si può ancora vederla ma non se ne viene più divorati. L’umorismo è il paracadute dell’anima: non impedisce la caduta, la rende abitabile.

La conversazione, poi, quella vera, senza scopo e senza ordine del giorno, è una palestra emotiva di straordinaria efficacia. Parlare con qualcuno di niente, saltando dal prezzo del caffè a un vecchio film, dalla vicina che ha cambiato le tende al senso ultimo dell’esistenza nel giro di tre battute, regola il sistema nervoso più di molte tecniche di rilassamento a pagamento. La compagnia, in fondo, non serve a dirsi cose importanti: serve a sentirsi presenti per qualcuno mentre si dicono cose che non lo sono affatto. Le ricerche sul benessere indicano da decenni che la qualità dei legami è il miglior predittore di una vita lunga e serena, e nessun legame nasce da una riunione produttiva: nasce da una battuta, da una risata fuori luogo, da un silenzio condiviso senza imbarazzo.

E veniamo al talento supremo, quello che meriterebbe una cattedra: il non sense. Saper dire una cosa senza senso al momento giusto è un’arte raffinata, perché richiede la rara capacità di sospendere per un istante le regole della logica senza smarrirle. Il bambino che inventa parole, il gruppo di amici che costruisce un lessico privato, il surrealismo nato dalle macerie di una guerra che di senso ne aveva già perso troppo: ovunque il non sense appare come risposta intelligente a un mondo che pretende di avere senso a ogni costo. È la creatività che si prende una vacanza e, tornando, porta sempre qualche idea nuova.

Forse allora la salvezza non sta nei grandi progetti di miglioramento di sé, ma in queste abitudini minuscole e sublimi: una risata che nessuno ha prescritto, una conversazione che non porta da nessuna parte, mezz’ora sprecata con le persone giuste. Sono i luoghi in cui l’essere umano smette di funzionare e comincia, finalmente, a vivere.

Il cazzeggio non è l’opposto della serietà: è la sua riserva segreta, il serbatoio da cui si attinge, nei giorni difficili, la forza di prendere sul serio ciò che davvero lo merita.

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