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È giusto che i bambini guardino film che fanno paura?
15 Gen 2026 06:28
La rubrica dello psicologo, a cura di Cesare Ammendola
Nel 2026 molti preadolescenti consumano contenuti horror (o comunque thriller) in sublime scioltezza. È bene che un uomo di 50 anni non veda mai l’Esorcista da solo. Non farlo mai! Meglio in compagnia di tuo figlio di 10 anni, che è in grado di sostenerti. E tranquillizzarti.
Battute a parte (mica tanto), ci poniamo la fatidica domanda: è corretto permettere ai figli piccoli di guardare film, video o serie che fanno spaventare? È una questione che molti genitori evitano di porsi apertamente. Spesso arriva dopo. Quando il film è già finito. Quando lo schermo si spegne, ma dentro resta qualcosa.
La risposta non è un no categorico. E non è nemmeno una demonizzazione dei contenuti “spaventosi”. In alcuni momenti della crescita, confrontarsi con la paura può essere persino utile.
Il punto, però, è quando e come. Un bambino di sette anni può sembrare tranquillo: non piange, non distoglie lo sguardo, dice persino “non mi ha fatto paura”.
Ma il cervello infantile non funziona come quello di un adulto. Anche quando il comportamento esterno appare stabile, il sistema nervoso registra. Sempre.
Qui serve chiarezza, non sensi di colpa. La psicologia dello sviluppo è chiara su alcuni aspetti fondamentali.
Prima dei 9–10 anni, le aree cerebrali che regolano le emozioni intense non sono ancora mature. La paura non viene rielaborata: viene assorbita.
Prima dei 12 anni, in condizioni di stress emotivo, la distinzione tra finzione e realtà si indebolisce. Le immagini entrano nel cervello come se fossero esperienze reali.
Prima dei 14 anni, ciò che colpisce emotivamente può depositarsi nella memoria implicita e riemergere nel tempo, anche senza un ricordo consapevole.
Il problema non è la trama. È il carico emotivo continuo: tensione costante, minaccia, perdita, bambini in pericolo, senso di impotenza. Un bambino non ha ancora un “contenitore interno” sufficiente per tenere tutto questo. Quando non riesce a dare un significato a ciò che prova, il corpo o il comportamento parlano al posto suo. E il prezzo non si paga mentre si è seduti sul divano. Arriva dopo, nel sonno che si spezza, negli incubi, nell’irritabilità improvvisa, in paure che sembrano nascere dal nulla, in cambiamenti di atteggiamento difficili da spiegare
Guardare insieme non basta. La presenza dell’adulto non rende automaticamente adeguato un contenuto che non lo è. La co-visione aiuta solo se il bambino ha già le risorse per elaborare ciò che vede. Proteggere non significa censurare. Significa rispettare i tempi dello sviluppo emotivo e neurologico. Un contenuto può essere giusto a dodici anni e profondamente inadatto a sette. Non perché il bambino sia fragile, ma perché è ancora in costruzione.
Essere genitori oggi significa anche questo:
saper rallentare, rivedere una scelta e fermarsi.
E tuttavia, in conclusione: attenti anche alle trame sottilmente ansiogene e malinconiche. Non dimentichiamoci che noi della generazione boom siamo sopravvissuti persino a “Dolce Remì”. In qualche modo. E si vede.
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