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Gli adolescenti sono migliori di come li descrive la serie tv del momento
03 Apr 2025 08:55
La rubrica dello psicologo, a cura di Cesare Ammendola
Lasciate ogni speranza voi che entrate. Non ne uscirete più. E comunque alla fine non sarete più gli stessi. No. Non sarete più intelligenti. Per niente. Ma certamente sarete più sudati.
“Adolescence” è la serie tra le più popolari su Netflix. È la parabola di una famiglia ordinaria il cui apparente equilibrio viene stravolto da uno tsunami: il figlio tredicenne Jamie è accusato di omicidio. Il ragazzo avrebbe accoltellato una sua coetanea con inaudita ferocia, uccidendola più volte. Sì, più volte. Perché? Come è potuto accadere? Nei quattro episodi si corre a perdifiato dal giorno dell’arresto, ad uno sguardo sui compagni di scuola di Jamie, per approdare poi a una lunga e intensa seduta con la psicologa profondamente scossa (nell’obiettivo, solo in apparenza raggiunto, di capire il comportamento del ragazzo) e, sul finale, per essere invitati nell’intimità della sua famiglia. Ed essere infine abbandonati a una sottile e amarissima scia di sgomento. Grazie assai, autori. Davvero. Thank you so much.
Una miniserie shock in quattro round di terapia d’urto dalla quale farsi schiaffeggiare compulsivamente e in un unico piano sequenza che vi trascinerà dove vorrà. Senza accorgervene, stringerete la mano destra a Kubrick e quella sinistra a Hitchcock. Ma nella loro versione “giornata storta” in una declinazione obliqua e quanto mai oscura.
La serie ha il merito di portare in superficie un universo sconosciuto, una mare in penombra per gli sgombri di secondo pelo, un po’ deep dark web per i non addetti ai lavori e per i genitori over twenty, ma quanto mai attuale: la “Manosfera” e la sottocultura “Incel”. La Manosfera è un forum, una comunità che sostiene la misoginia e la supremazia maschile online. Gli Incel sono uomini che dichiarano la supremazia maschile e scagliano con violenza vendicativa un’accusa alle donne e al femminismo, rei di aver loro negato un diritto basico (la sana attività sessuale).
Due suggestioni potenti e subdole che, come vampiri, si nutrono di una quotidianità ordinaria e banale come il male, di temi psicosociali come misoginia, bullismo e cyberbullismo, fanatismo online, inchiodando l’inerme spettatore sul divano a dubbi e interrogativi nucleari: ma io conosco mio figlio? E se capitasse a lui? “Adolescence” insomma ci sfida, ci uncina, ci ricatta e ci minaccia possedendoci in modo immersivo.
Non sottovaluto. Certe comunità nel web, come quelle citate, sono preoccupanti. Questo humus virtuale può essere un inammissibile incubatore primitivo e ideologico che intende incoraggiare il ritorno a una società patriarcale e legittima la violenza e il disprezzo contro il genere femminile. Il sentimento di esclusione dei maschi si trasfigura sovente in un odio profondo nei confronti delle donne. Un luogo nel quale trionfano, non senza le ombre dell’idolatria, gli esempi di mascolinità tossica e l’insidiosa normalizzazione di fenomeni come il revenge porn.
Conosciamo a memoria questa retorica: il pericolo dei social (che isolandoli, plasmano anche il comportamento e i pensieri dei giovani), il divario generazionale tra adulti e adolescenti, la distanza incolmabile dei codici e dei linguaggi, l’incomunicabilità. Esistono, non lo nego. E in forma diversa sono sempre esistite. D’accordo. Ma intollerabile e miope è secondo me un’associazione declinata in modo sulfureo dalla sceneggiatura, l’allusione vagamente deterministica e offensiva in virtù della quale un “bambino” massacra con dieci pugnalate una ragazzina solo perché è rovinato dai social e perché non parla abbastanza con mamma e papà. E allora milioni di suoi coetanei, immersi nello stesso tempo e identico mondo, perché non commettono crimini del genere? E perché giudicano questi eventi, restando allibiti? Ancora una volta non li capiamo e non li rispettiamo, se estendiamo di fatto anche a loro un orrore che non gli appartiene.
“Adolescence” ha un limite: sul dramma ci dice le parole che in fondo vogliamo sentirci dire. Le scorciatoie che ci sono familiari. Le interpretazioni di cui siamo innamorati. Il mantra dei bias e luoghi comuni sociologici e psicologici che ripetiamo da anni ovunque e ossessivamente, coprendo di melma scintillante i giovani di oggi, il loro stile di vita e flagellando dall’alto la società (cosa è?) e il modulo relazionale degli educatori (non noi, gli altri ovviamente) nell’insopprimibile nostalgismo rivolto eternamente ad un passato mitizzato (e nel quale, nessuno lo dice, il tasso di omicidi, femminicidi e crimini degli adolescenti era più alto).
“Adolescence” dovrebbe essere soprattutto l’analisi di un atto efferato e comunque eccezionale, la proiezione di un individuo visibilmente disturbato, incapace di contenere gli impulsi dinanzi alla frustrazione e all’umiliazione (il cyberbullismo di una ragazza contro di lui), per ragioni verosimilmente anche genetiche ed ereditarie (che è facile indovinare osservando sino in fondo il padre). Il dramma di una persona, quella persona (non rappresentativa di una intera generazione) che, si indovina da alcuni rimpianti del padre, aveva già dato segni e non era stato fermato e preso in cura.
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