Il protocollo tra Sicindustria e Asp entra nella fase operativa: una ventina di aziende iblee aderenti, 1.200 lavoratori coinvolti e fino a 4.000 persone con i familiari.
L’estate (ci) sta finendo: ma per fortuna c’è la campagna elettorale!
01 Set 2022 07:26
La rubrica dello psicologo, a cura di Cesare Ammendola – “Houston! … qui Ragusa.”
Come l’Amerigo Vespucci. Si stacca, mirabile, all’orizzonte. Così è la nostra estate. Il dispiegar delle vele. L’Amerigo. E la scia delle ferie che la segue ondosa e schiumosa. E crudelissima.
Fortuna vuole che, nella disperazione, potremo consolarci tutti con la splendida e tonificante campagna elettorale (regionali e nazionali in simultanea, perché noi non ci facciamo mancare niente in Sicilia) che ci inseguirà martellans per un mese ancor. Polemiche acide, grandi promesse, separazioni in casa, alleanze funamboliche, parole da tutte le parti. E intanto la psicologia delle bollette sembra riproporci un’altra pandemia. Anche no, grazie.
L’estate è andata. Ma anche io non scherzo. Le mie ferie mi hanno lasciato. Così. Senza rancore. Non l’ho presa malissimo. In fondo è solo un arrivederci. Al prossimo agosto. Un anno esatto. Trecentosessantacinque giorni. Che vuoi che sia? E poi mi aspettano comunque la notte di Natale e quella di San Silvestro. Il lunedì di Pasquetta. Dal ponte del Primo Maggio a Ferragosto sarà un attimo. In scioltezza.
Perché allora piango da stamattina? Deve essere la congiuntivite. Una congiuntivite bestiale. Incessante. Ormai mi commuovo facilmente. Deve essere il long covid. Longhissimo.
Mi attende un anno intenso. Cena alle 20.10, a letto alle 20.00. Sveglia alle 06.30. E poi via! Correrò come un jamaicano da un posto ad un altro, incuneandomi come una medusa inseguita dagli squali nel traffico cittadino, alla ricerca disperata di posteggi sempre più inenarrabili in pieno centro e in pieno delirio urbano, tra mille mille strisce blu e altrettante gialle e una distesa galattica di passi carrabili in espansione perenne come l’universo. E come la stupidità umana.
Non avrò il tempo di scrivere nell’agenda gli appuntamenti ad incastro. Anzi, non avrò neanche il tempo di pensare a dove l’ho messa. È un’agenda del 1982. In copertina spicca un Paolo Rossi versione Samba.
E lo scriverò con l’uniposca sulla fronte al mattino prima di uscire di casa: “Scusate il ritardo.” P.S. “Farò due docce al rientro.” A pranzo uno yogurt al volo. Al semaforo. Sarà dura cambiare abitudini: brusco il passaggio dalla spiaggina in riva al mare cullato per ore sane dal ciuffo ondoso… alla Parigi-Dakar versione maratona. Bene così. Ma una soluzione l’ho già studiata. L’overboard. Sì. Il monopattino elettrico messo di sguincio che sfreccia con la musica di Despacito in sottofondo in una scia di lucine rosse della Nasa. Mi vedrete galoppare su e giù per le strade della città come Clint Eastwood in Ultimo tango a Parigi. All’impiedi, fronte alta e borsa in pugno. In memorosi slalom che lasceranno tutti senza parole. Sgomenti.
Scherzi a parte. Non mi lamento. Ho il privilegio di amare il mio lavoro. È un abito su misura cucito da quel sarto nel suo giorno di grazia. E quest’anno sarà solo un minimo più frenetico. Dunque, care ferie, per stavolta vi perdono. Ma promettete di non farlo più.
Il punto è che il tampone della nostalgia mi dice sempre “sei positivo”. Mi mancheranno le agguerritissime partite a tamburelli e a beach-volley da mattina a sera, le passeggiate chilometriche in acqua, le gran nuotate a largo, le bracciate vigorose in canoa, le intrepide surfate. Ora cosa guarderò? Mi mancheranno i brividi poetici della pista ciclolabile, che ho adorato con lo smarrimento entusiasta di un bambino, sospeso tra un film con Mary Poppins e uno con Bruce Willis.
Ora il rientro. Il trasloco. Quel rito da facchino in cui mi carico sulla sciatica chilate di roba che non uso in una casa e che non userò neppure nell’altra. E poi il Sommo Clistere: il comunque-prematuro cambio stagione degli armadi esterrefatti. Allibiti. Spaesati.
E attenzione! Questa è la stagione dei pendolari. La stagione del salgo e scendo da mare. La stagione dei continui ritorni. La stagione delle corse. Dei ritardi. Dieci anni fa sfrecciavo in macchina e ho avuto uno scambio di vedute con una rotatoria. La vettura non la prese bene: distrutta. Io incolume. Dissero che fu solo per miracolo. Oggi scriverei post a San Pietro, tra un caffè e un altro.
Non amo i predicozzi. Ma condivido nella rubrica di un giornale l’invito alla prudenza che faccio a me stesso. Ciclisti, bambini, sonno, alcol, stress, strade impresentabili di carta. Mille insidie. E l’eccessiva sicurezza. Soprattutto. La strada è una puttana che sorride a tutti, ma non fa lo sconto a nessuno.
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