LA LIBERALIZZAZIONE DELLA PROFESSIONE DI GIORNALISTA

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Fa discutere in questi giorni, e anche in questo giornale se ne è parlato, nel mondo dei media e del giornalismo nazionale l’ipotesi di abolizione dell’elenco dei pubblicisti.  La misura era stata già preventivata in estate dalla manovra Tremonti e ora è stata rimessa in ballo dal governo tecnico di Mario Monti il quale, riallacciandosi al comma 5 dell’articolo 3 del decreto legge 138/2011, colpirebbe oltre 80mila giornalisti italiani a partire dal prossimo mese di settembre.
I valori riconosciuti dalla norma sono la presenza diffusa dei professionisti su tutto il territorio nazionale e i principi di libera concorrenza.
A insorgere fra i primi i giornalisti più giovani che si affacciano a questa professione non facile. La soppressione dell’elenco pubblicisti (prevista a partire da settembre 2012) distruggerebbe una buona fetta del giornalismo di casa nostra. Una finta liberalizzazione del settore a scapito come sempre dei più deboli: precari, giovani praticanti pubblicisti e tutti coloro che non possono permettersi di pagare le costosissime iscrizioni ai master delle scuole di giornalismo, nonché giovani giornalisti che vedrebbero peggiorare ancora di più le condizioni del proprio lavoro o non potrebbero neanche più esercitarlo legalmente.
Dalla stessa parte i piccoli giornali che non si possono permettere di pagare i giornalisti professionisti in base alle normative contrattuali.
Come per tutte le innovazioni, il problema più grave si pone nella fase transitoria per quanti stanno per ottenere – dopo due anni – il tesserino di pubblicista, per quanti stanno facendo il periodo di praticantato (18 mesi) per giornalisti professionisti con contratto presso redazioni in cui lavorano giornalisti professionisti, per quanti da tempo lavorano, retribuiti come giornalisti pubblicisti, alla stessa stregua dei giornalisti professionisti. Se non riusciranno ad entrare nella categoria potrebbero incorrere in una denuncia per esercizio  abusivo della professione.
Infatti, dal prossimo 13 agosto il giornalismo potrà essere praticato soltanto  dai giornalisti professionisti iscritti all’Ordine e chiunque scriverà in modo continuativo (ad esempio più di dieci articoli l’anno) potrà essere oggetto di denuncia penale per esercizio abusivo della professione.
La ragione della normativa sta nel voler liberalizzare l’accesso alle professioni, tenendo come unico criterio di accesso l’esame di Stato. Pur trattandosi di una restrizione, è anche un’occasione per qualificare a meglio la categoria, composta da 110 mila persone in tutta Italia di cui appena 50 mila versano i contributi all’Inpgi (vuol dire che 60 mila persone o non fanno la professione o lavorano in nero).
Ora pare che il Consiglio nazionale dell’ordine dei giornalisti, per “salvare” quei 15-20 mila pubblicisti che solo per questioni di reddito e contratto non vengono iscritti professionisti, ma che svolgono regolarmente la professione si riunirà, dal 18 al 20 gennaio, per elaborare una proposta che possa risolvere questi problemi.
Resta il problema delle piccole testate che si avvalgono della collaborazione di giornalisti non professionisti e non retribuiti e che, con l’entrata in vigore di questa riforma, si dovranno porre il problema della chiusura.
E’ questo un mondo variegato e numeroso, presente soprattutto su internet, che esigerebbe senza dubbio una normativa diversa e più liberale, più aderente all’attuale situazione di fatto.

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