Sigonella e Muos nella guerra contro l’Iran? La Sicilia torna fronte militare e scoppia la polemica

Le basi militari in Sicilia tornano al centro di una tempesta politica che scuote Roma e Bruxelles. L’ipotesi di un coinvolgimento della base di Sigonella e della stazione satellitare Muos di Niscemi nelle operazioni statunitensi contro l’Iran accende lo scontro tra governo e opposizioni e rilancia un interrogativo antico ma mai risolto: la Sicilia è una piattaforma di guerra o un ponte di pace nel Mediterraneo?

Secondo quanto denunciato dall’eurodeputato del Movimento 5 Stelle Giuseppe Antoci, la base siciliana sarebbe coinvolta nelle operazioni militari contro Teheran.

“Apprendiamo con enorme ansia e preoccupazione che la base di Sigonella e la stazione Muos di Niscemi siano utilizzate nell’ambito delle operazioni di guerra contro l’Iran”, ha dichiarato Antoci da Bruxelles, chiedendo al governo italiano di chiarire il reale utilizzo delle strutture presenti sull’isola.

A preoccupare sarebbero l’aumento del traffico di cargo militari americani e il decollo di velivoli da ricognizione come il P-8A Poseidon, asset strategico della US Navy per il controllo marittimo e le operazioni nel Mediterraneo orientale.

Il Muos di Niscemi – uno dei quattro nodi terrestri globali del sistema satellitare della US Navy – rappresenta uno snodo cruciale per le comunicazioni militari americane tra aerei, droni, navi e sottomarini.

Per i capigruppo M5s delle commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato, Alessandra Maiorino, Francesco Silvestri e Arnaldo Lomuti, la struttura sarebbe “per definizione coinvolta” nelle operazioni statunitensi.

La richiesta è netta: il ministro della Difesa Guido Crosetto chiarisca immediatamente il grado di coinvolgimento delle basi italiane e i rischi per il Paese.

La denuncia dei movimenti: “Le basi in Sicilia continuano ad uccidere”

Ancora più radicale la posizione del Movimento Log-In, che parla apertamente di “coinvolgimento diretto nei bombardamenti” nella notte tra il 27 e il 28 febbraio e rilancia la richiesta di “cacciata della NATO” dal territorio siciliano.

Nel mirino non solo Sigonella e Niscemi, ma anche la base di Trapani-Birgi. I movimenti pacifisti denunciano da anni la militarizzazione dell’isola e annunciano nuove mobilitazioni, tra cui un’assemblea promossa dal Comitato No F-35 Trapani contro l’ampliamento delle attività legate ai caccia di quinta generazione.

Sicilia: terra di pace o bersaglio strategico?

Il nodo politico è delicatissimo. La Sicilia ospita infrastrutture militari considerate strategiche per la proiezione americana nel Mediterraneo e in Medio Oriente. Ma ogni escalation internazionale riapre la stessa frattura:

  • da un lato chi rivendica il ruolo dell’Italia nelle alleanze internazionali;
  • dall’altro chi teme che la presenza di basi operative trasformi l’isola in un potenziale bersaglio.

Il riferimento ai bombardamenti verso Cipro e alla possibilità che “chi è complice diventi bersaglio” alimenta una narrazione di rischio diretto per la popolazione civile.

Il governo deve chiarire

Al momento non risultano comunicazioni ufficiali dettagliate sul ruolo specifico delle basi siciliane nelle operazioni contro l’Iran. Ma la pressione politica cresce.

La domanda resta sospesa e divisiva:
la Sicilia sta semplicemente adempiendo agli obblighi di alleanza o è stata trascinata dentro un conflitto che non ha scelto?

In gioco non c’è solo una questione militare, ma un tema identitario e strategico: quale ruolo vuole avere la Sicilia nel Mediterraneo del XXI secolo? Terra di pace e cooperazione o piattaforma avanzata di guerra?

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