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Ragusa sul palco del Concertone del Primo Maggio con Nico Arezzo, il suo graffio siciliano e il suo grido “Non si muore di lavoro”. FOTO GALLERY
01 Mag 2026 18:04
Il Concerto del Primo Maggio a Roma non è mai solo musica, è un termometro sociale. E quest’anno, a segnare la temperatura della piazza, ci ha pensato Nico Arezzo. Il cantautore ragusano ha trasformato il suo debutto sul palco del Circo Massimo in uno dei momenti più densi e significativi dell’intero evento, lanciando un segnale che è andato ben oltre le note della sua band.
Il messaggio: sulla tastiera la realtà delle morti bianche
Mentre la performance entrava nel vivo, tra il ritmo travolgente e l’energia dei musicisti, l’occhio delle telecamere ha indugiato su un dettaglio che ha cambiato il peso specifico del set: sulla pianola di uno dei componenti della band spiccava un cartello semplice, quasi artigianale, con la scritta “Non si muore di lavoro”.
In una giornata dedicata alla celebrazione della dignità dei lavoratori, Arezzo ha scelto di non restare nel recinto del puro intrattenimento. Ha usato il suo spazio per accendere un riflettore sulla tragedia delle morti bianche, portando il dramma della mancanza di sicurezza sul lavoro direttamente al cuore del pubblico più giovane. Un messaggio potente, reso ancora più credibile dalla storia personale dell’artista.
Chi è Nico Arezzo: la gavetta vera, dietro le quinte
Presentato da una calorosa Arisa, Nico Arezzo è salito su quel palco con la consapevolezza di chi quel mondo lo ha costruito fisicamente. La sua non è la storia di un talento che non si è spaventato di una gavetta fatta di polvere e fatica. Nico è stato il tecnico luci che puntava i fari sugli altri, il raccoglitore di cavi che correva nel fango dei montaggi, il ragazzo che strappava i biglietti all’ingresso sognando di passare, un giorno, dall’altra parte della barricata. In pochi anni è riuscito nel suo sogno, tra l’altro vincendo festival e premi importanti. Vederlo lì, al Concertone, tra i protagonisti, è stato il riconoscimento definitivo per un artista che ha vissuto lo spettacolo come un mestiere, oltre che come una vocazione.
L’esibizione: “Minchia”, Mandorlato e Terapia d’urlo
La performance è stata un’esplosione di sicilianità contemporanea. L’apertura è stata affidata a una serie di cartelloni con la parola “Minchia”, termine che Nico ha sdoganato come icona del suo prossimo tour “Minchia che tour caldo”, trasformandolo da intercalare a simbolo di un’identità fiera e schietta.
Il cuore del set è stato “Terapia d’urlo”, brano manifesto contenuto nell’album Non c’è fretta. Nico ha messo in scena una sorta di pièce teatrale pop che racconta l’assurda realtà dei musicisti emergenti. Il testo è un ritratto spietato e ironico: la band convocata per suonare alle sagre di provincia, le richieste di cover improponibili e il compenso pagato “in natura”, con chili di mandorlato invece che con un cachet dignitoso.
È qui che l’ironia si è fatta politica: la frase “La nostra gente è la vostra ultima unica terapia” è risuonata come una chiamata alle armi per un intero settore, quello dello spettacolo, troppo spesso dimenticato o trattato come un hobby.
Accanto a Nico Arezzo, a dare sostanza sonora e visiva alla performance, c’era una formazione affiatata che lo segue nel tour. Sul palco di Piazza San Giovanni sono saliti Edoardo Vilella alle tastiere, Davide Paulis al basso, Vincenzo Messina alla batteria e la polistrumentista Ilaria “Boba” Ciampolini (ai synth, percussioni e cori).
Proprio sulla postazione di Edoardo Vilella è comparso il dettaglio più politico dell’intero set: un manifesto attaccato alla tastiera con la scritta “Non si muore di lavoro”. Un gesto corale della band che ha trasformato un momento di grande esposizione artistica in un atto di solidarietà e denuncia, sottolineando che dietro le luci e la musica c’è un mondo di lavoratori che chiede, prima di tutto, sicurezza e dignità.
Il sangue e le radici: la potenza di “Sancu”
Se con Terapia d’urlo ha fatto ballare e riflettere, è con “Sancu” che Nico Arezzo ha mostrato i muscoli vocali. Un brano viscerale, dove l’italiano si intreccia ancora al siciliano in un flusso di “sangue” e verità. Il dialetto, in bocca ad Arezzo, non è folclore per turisti, ma una lingua tagliente e moderna, capace di raccontare la rabbia e la passione di una generazione che non vuole più restare in silenzio.
Con questa esibizione, Nico Arezzo non ha solo rappresentato Ragusa, ma ha dato voce a tutti quei lavoratori dello spettacolo che, come lui qualche anno fa, stanno ancora dietro le quinte. Dopo il trionfo di Roma, il suo tour estivo e festival come Porto Rubino lo attendono, ma l’eco di quel grido — musicale e sociale — rimarrà a lungo tra le pietre di piazza San Giovanni.








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