Ragusa è la città in cui ci si lamenta meglio

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La rubrica dello psicologo, a cura di Cesare Ammendola

Mi hanno interpellato su questa storia un po’ distopica del “fenomeno Tocqueville”. Un effetto psicologico citato dal sindaco per dire che le persone si lamentano di più quando le cose vanno un po’ meglio. Paradossalmente. 

Traduco: Ragusa nel complesso, pur essendo imperfetta e migliorabile in molte strofe, è un canzone che da tempo (lo certificherebbero anche svariate Hit Parade) risuona meglio di tanti comuni del centro-sud in generale. Sia nel testo che nell’arrangiamento. Insomma, il ritornello vale la Top Ten. Onde per cui, secondo Tocqueville, noi iblei siamo lagnoni e frignoni perché siamo felici e non lo sappiamo. Questa è la ciccia. Mi perdoni il Tocq le licenze poetiche nell’esegesi. 

Tocqueville … chi era costui? Mi chiedono se lo conoscevo. Dico la verità. All’inizio pensavo fosse un vino francese. Neanche così pregiato. Poi ho fatto mente locale e mi sono ricordato di averlo incrociato trentacinque anni fa nel corso di filologia sumerica. 

Ricordo la prima volta in cui ho visto il video. E come potrei dimenticare? Il sindaco introduceva la monografia sul filosofo statunitense tra i banchi sgomenti dell’aula del Consiglio Comunale e io non credevo ai miei occhi e alle mie orecchie. Pensavo fosse l’intelligenza artificiale. Si sa come funzionano queste diavolerie. Il Sindaco parlava in uno dei tanti contributi dell’ultima rotatoria di Cisternazzi o della sagra dell’anguria Dop e qualche buontempone digitale ha pensato di inocularvi un Tocqueville d’annata piuttosto che un de Saussure o Heidegger qualsiasi. 

E invece le reazioni infuocate erano vere. Altro che IA! Il vero paradosso di Tocqueville è vedersi citato in un Consiglio Comunale di Ragusa dopo due secoli e riuscire a fare incazzare tutti. Questo è il vero paradosso. 

Lo dico subito: so che il sindaco non ha affatto detto che siamo tutti malati. O che Ragusa non presenti ancora delle “difficoltà”. Capisco l’italiano. Meglio di Tocqueville. Il sindaco onestamente ha detto un’altra cosa. Magari in una modalità che i manuali di psicologia sulla comunicazione probabilmente non annovereranno come tra le più efficaci e paradigmatiche. Un’uscita infelice? È una perla che non insegneranno alla Cambridge University. Nondimeno, non ha detto che siamo malati o che la città sia perfetta così. 

Bene. Anzi bene ma non troppo. Non nego. I ragusani hanno decine di ragioni oggettive per lamentarsi. La città presenta da tempo innegabilmente delle criticità (ognuno deciderà quanto gravi) e speranze ancora incompiute e fragilità e contraddizioni a volte stridenti. E nel rappresentarle con certosino scandaglio le opposizioni fanno doverosamente il loro lavoro e il loro gioco. In un certo senso, siamo già in campagna elettorale. E gli appigli per lamentarsi onestamente non mancano. Oggi. E forse da almeno trent’anni. 

E tuttavia, a prescindere, possiamo riconoscere, dico per scherzare, che alcuni di noi ragusani abbiamo un talento nel non volerci bene? Magari quando descriviamo sui social media e quindi all’Italia e al mondo intero una città dell’orrore? I commenti sui social (l’unica vetrina che ormai vale) cantano una città stonata come una campana senza l’X Factor. Ragusa è essenzialmente una strada con il buco intorno, una discarica a cielo aperto, una differenziata che non è mai abbastanza, un centro commerciale di troppo, un cinema in meno, un rubinetto asciutto, un “giallobrand Ragusa” invadente, un centro storico ancora deserto, una via Roma a traffico ad anni alterni, una ztl nervosa, una pista ciclolabile… 

A volte mi sembra insomma una narrazione senza equilibrio. Un ritratto senza grazia. E nell’era dei nuovi linguaggi, questo significa idealmente parlare malissimo di noi al mondo intero.

A detta di molti ragusani e non ragusani, in fondo Ragusa è una città in cui si vive bene. Benino. Ovviamente, pretendere che funzioni meglio non è una sindrome. Non è affatto una malattia. Tanto più che i problemi ci sono.

Dunque, con buona pace dello zio Tocq non è una sindrome. È più semplicemente uno stile. Un’attitudine. L’atteggiamento querulo di chi racconta pervicacemente solo le parti vuote dei bicchieri, i silenzi nelle melodie più malinconiche, di chi vede le luci in fondo al tunnel. E corre a spegnerle. 

Noi siamo più fortunati di altri. Forse. Ma non possiamo e non dobbiamo abituarci alla normalità insidiosa delle cose che non funzionano. Io non so come chioserebbe Montalbano a riguardo. Forse per tanti Ragusa è una città in cui si vive bene. Ma una cosa è certa: Ragusa è una città in cui ci si lamenta meglio.

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