Il ciclone Harry nel Ragusano ha cambiato i fondali marini e riportato alla luce nuovi reperti

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Il mare ha spostato sabbia, divelto parti di antichi relitti e modificato l’aspetto dei fondali. Ma, nello stesso tempo, ha restituito agli archeologi nuovi frammenti di storia.

Si è conclusa nelle acque al largo della provincia di Ragusa la settima campagna di ricerche di archeologia subacquea, concentrata quest’anno soprattutto sulle conseguenze provocate dal ciclone Harry e sulla necessità di mettere in sicurezza un patrimonio sommerso diventato improvvisamente più vulnerabile.

Le indagini rientrano nel “Kaukana Project”, condotto dall’Unità di Archeologia subacquea dell’Università di Udine insieme alla Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana. A dirigere le attività scientifiche è stato il professor Massimo Capulli, con il supporto dell’Institute of Nautical Archaeology di College Station, in Texas, e d’intesa con la Capitaneria di Porto di Pozzallo.

Al centro della campagna c’è però un dato che va oltre il valore dei singoli ritrovamenti: gli eventi meteorologici estremi stanno modificando anche il modo in cui il patrimonio archeologico sommerso deve essere studiato e protetto.

«Le ricerche condotte – ha spiegato l’assessore regionale ai Beni culturali e all’Identità siciliana, Francesco Paolo Scarpinato – hanno dimostrato come gli eventi meteo-marini estremi, sempre più frequenti nel Mediterraneo, possano influire sul patrimonio culturale sommerso».

Secondo Scarpinato, i dati raccolti potranno diventare una base importante per elaborare nuovi protocolli di monitoraggio e strategie di conservazione capaci di adattarsi ai mutamenti climatici.

Alle Secche di Circe il mare scopre una nuova parte del relitto

Particolarmente significativa l’attività svolta alle Secche di Circe, nelle acque comprese tra Pozzallo e Ispica.

Qui il ciclone ha rimosso parte dei sedimenti che proteggevano un relitto di età classica già oggetto di indagini negli ultimi due anni, riportando alla luce una nuova porzione dello scafo.

Gli archeologi sono intervenuti per pulire e documentare l’area, effettuando rilievi diretti e fotogrammetrici e recuperando i materiali maggiormente esposti al rischio di dispersione.

Determinante è stato il ritrovamento di uno dei marker collocati nel 2025, che ha permesso di collegare con grande precisione la nuova porzione del relitto ai rilievi precedenti, ricostruendo così una visione unitaria della struttura.

Terminata la documentazione, la parte superstite dell’imbarcazione è stata nuovamente protetta con tessuto geotessile, sabbia e pietre.

Ma il fondale ha riservato anche altre sorprese. Durante le ricognizioni sono state individuate quattro nuove ancore litiche e alcuni elementi lignei lavorati, destinati adesso a ulteriori approfondimenti.

Porto Ulisse, recuperati i materiali esposti dalla mareggiata

Gli effetti del ciclone sono stati registrati anche nella baia di Porto Ulisse.

Nonostante si tratti di un’area più riparata, l’eccezionale mareggiata ha modificato anche qui il fondale, portando alla luce nuovi materiali archeologici.

I reperti esposti sono stati recuperati e documentati mentre la mappatura dell’area è stata aggiornata, con l’obiettivo di evitare che correnti e nuovi eventi meteorologici possano disperderli definitivamente.

A Kamarina i danni più evidenti

È però a Kamarina che la forza del ciclone ha lasciato i segni più consistenti.

L’abbassamento del fondale ha fatto emergere numerosi frammenti lignei attribuibili a un relitto di epoca post-classica, situato a circa cinquanta metri dal cosiddetto relitto delle Colonne, già studiato nelle campagne del 2019 e del 2020.

Proprio le verifiche su quest’ultimo hanno evidenziato danni significativi.

Diversi elementi del fasciame sono stati divelti dalla violenza del mare e una delle due colonne presenti sul sito si è spostata di circa cinquanta centimetri, finendo parzialmente sopra la chiglia dell’imbarcazione.

Un movimento tutt’altro che marginale, che testimonia la potenza raggiunta dalle onde e impone adesso un monitoraggio costante del sito.

Le prossime campagne di ricerca dovranno quindi servire non soltanto a studiare ciò che il mare conserva, ma anche a comprendere come difenderlo.

Perché sotto le acque del Ragusano non esistono soltanto relitti e reperti: esiste un archivio della storia mediterranea che, davanti a fenomeni climatici sempre più violenti, rischia di diventare fragile quanto la memoria che custodisce.

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